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verbena
VOL's Maniac

Registrato: 22 Lug 2005
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  Inviato:
07 Mag 2008 - 07:16 |
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| Oggetto: I suoni e le parole, in quanto viaggio in Vespa... |
Nota del moderatore:
ATTENZIONE! WORK in PROGRESS!
L'autore del topic chiede la vostra collaborazione: il lavoro di inserimento di tutto il racconto richiede tempo e vi prega di astenervi da postare commenti fino a quando non sarà tutto online, con testo foto mappe e quant'altro. Alla fine potrete pure scatenarvi. Grazie della collaborazione.
Di tempo ne è passato ben oltre la modica quantità ma cercherò di ricordare parole, suoni e segni di quel viaggio forte e magico.
Quindi (ecco l'incipit) incomincio il racconto.
Finito il Liceo, raccomandato dal padre della mia fidanzata, trovo un incarico di 6 mesi in Olivetti Computer, dove dopo un brevissimo corso ( nella bella sede di rappresentanza di Piazza di Spagna), farò il "formatore" di impiegati delle poste su un grosso calcolatore a schede magnetiche. Con i soldi guadagnati mi compro una 125 Primavera quasi nuova, la prima Vespa con la targa dopo innumerevoli vespette 50 più o meno modificate. Decido di iscrivermi all'università e contemporaneamente di prendere un periodo sabbatico per festeggiare la fine del liceo, staccare la spina e... spingere la pedivella. I libri degli ultimi poeti americani ( Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti... ) ma anche i reportage di Pasolini e Moravia mi spingevano verso l'India. Ed ecco il "satori", pugno nell'occhio come dice Henry Miller (Vedi Satori a Parigi dello stesso autore) : in India ci vado con la Vespa. L' anno precedente ero stato già in Turchia (in autobus e autostop ) e conoscevo la strada fino ad Istambul. Mi informo e chiedo i visti per l'India ed il Nepal, in Persia gli italiani non avevano bisogno di visto per gratitudine dello Scià ( pare che un tizio della famiglia reale sbarcò a Fiumicino senza visto e fu fatto entrare lo stesso in Italia ). Mi dicono, però, che la Vespa non può entrare in India senza il carnet de passage en douane, bisogna andare al Touring Club Italiano e pagare un sacco di soldi, a garanzia. Lascio stare e decido che, se mai arriverò, lascerò la Vespa al confine tra Pachistan e India nel giardino di qualche albergo di Lahore, per esempio. Chi vivrà,vedrà. Ho 500 dollari ( quasi 300.000 lire ) e parto. Oltre ai ferri ( compreso estrattore universale ) ho una sacca con i principali ricambi: lampadine, candele, puntine, bobina, dischi frizione, molle elicoidali, freni, camere d'aria, cuscinetti, paraoli, fasce elastiche, fili elettrici , cavi e morsetti. Parto un giorno di Luglio accompagnato, fino alla periferia sud di Roma, da uno sciame di Vespe e vespini, Italjet, Gilera 5V, Corsarini e financo un Trotter modificato. Saluto e, come gli antichi romani in partenza per la Grecia e l'Oriente, inbocco l'Appia in direzione Brindisi.
Faccio una digressione prima di affrontare i particolari passi riguardanti la natura del viaggio. Vorrei riferire solo conclusioni sperimentali che potrebbero interessare agli effetti di una socializzazione di esperienze. Ciò che importa è sapere che cosa mi spingeva in un questo viaggio in luoghi per me esotici in un contesto dove l'arrivare non è affatto rilevante. Ciò che mi interessava è saper che stavo andando e non dove e se arrivavo. Se avessi rifiutato questo atteggiamento il "viaggio" non sussisterebbe, in tal caso non ci sarebbe nessun bisogno di andare e sarebbe del tutto futile arrivare. Altresi' è errato pensare che ci siano parti del viaggio interessanti soltanto per la loro realtà fisica.
Quindi via, senza dogmi ed aspetti etici. Con la vecchia Regina Viarum ai tempi di Traiano era possibile andare da Roma a Brindisi in 13 giorni percorrendo circa 550 chilometri, con la Vespa ho impiegato due giorni. Appunto degno di nota ( e non solo ) è stato il passaggio dato 50 chilometri prima di Bari a Gerda , fantastica autostoppista danese. Accompagnata fino all'imbarcadero di Brindisi, io partivo qualche ora dopo. Lei rideva e la Vespa cantava, ne riparleremo ad Atene...
Ore 20 circa, porto di Brindisi, inbarco la vespetta sul traghetto per Igoumenitsa dove arriverà la mattina del giorno seguente. Parcheggio ed ancoro la Vespa in mezzo a due motociclettoni tedeschi tipo Parigi- Dakar con vicino due coppie abbigliate in stile astronautico. Rispondo al saluto con un ciao, sgancio il modesto bagaglio ( lasciando la sacca con ricambi appesa al gancio della sella), penso che la Vespa sul territorio italiano si è comportata bene (solo un pallino alla candela) e prendo l'ascensore per salire nella mia elegante suite del "passaggio ponte" . La sera sul ponte e sotto la luna, ascoltando Lady d'Arbanville di Cat Stevens , mi sono fatto un paio di birrette con i crucchi motociclisti e con diversi hippy-trippy giramondo. Una delle due teutoniche motocicliste, molto rivalutata dopo essersi spogliata ( della tuta da palombaro, non capite male..) mi parlava in francese del percorso che avevano fatto in moto da Amburgo ( facendo rosicare non poco il suo farfugliante e birroso compagno) e mi consigliava luoghi ed itinerari da vedere e fare. Vabbè, la mattina presto quando ho visto la Grecia venirmi incontro ho capito perchè, secondo la teoria etimologica, Hellas significherebbe "raggio di luna"; anche se si trova al centro del Mediterraneo forse non è proprio un paese "solare".
Mi preparo a sbarcare in Vespa nel paese (per lo zodiaco) sotto il segno del Capricorno.
All'alba si disegna una catena di montagne dai picchi scuri e selvaggi, stiamo arrivando.
Sono le 5 circa del mattino, la Vespa parte al primo colpo, dentro la pancia del traghetto, e ( mentre i centauri teutonici armeggiano per rimettere in "architettura" i loro voluminosi bagagli sulle moto mammuth) il vespino dribba snello e "sgargiulo" la fila di autovetture e camions in manovra per l'uscita dalla nave. Insomma il "biancospino", dopo breve slalom, supera la lunga teoria di mezzi ed è subito fuori . Eccoci a Igoumenitsa capoluogo della regione Thesprotia. Il vespino targato Roma in uscita dalle fauci della grossa nave suscita interesse e simpatia nella confusione degli arrivi.
In breve, l'itinerario che farò in Grecia è il seguente: Igoumenitsa, Corinto, Micene, Atene, poi (attraversando Grecia Centrale, Tessaglia e Macedonia ) Delphi, lamia, Larissa, Katerini, Salonicco, Kavala, Xanti, Komotini, Alexandropolis, Adrianopoli fino ad Edirne in Turchia. Oggi sarebbe inutile raccontare nel dettaglio queste tappe ed i santuari ed i monumenti che vi si trovano, Diciamo che li conoscono tutti. Quello che posso ricordare sono gli scenari morfologici, idrografici e di vegetazione che cambiano sempre. La Vespa che corre nel paesaggio che cambia: nel suolo montagnoso, nel labirinto di colline verdi e verdi scuro, vicino ai laghi ed ai fiumi, nelle coste, nelle pianure e nelle montagne che si succedono. Cambia il panorama ma non la gioia di starci dentro in Vespa. Certo ricordo il Tempio di Giove Olimpico ( nella violenta lotta corpo a corpo si doveva conservare l'autocontrollo, chi uccideva l'avversario perdeva il premio), Ercole che sostiene il cielo al posto di Atlante (era andato a prendere i frutti delle Esperidi), il leone di Nemea buttato a terra, l'Acropoli, il Partenone, le Meteore... Ma ricordo anche un tavolo, davanti una capanna, dove servono un vino simile a quello che usciva dall'otre di Sileno. In tutto ciò, co-protagonista, una Vespa curvosa, avventurosa, rumorosa, frettolosa e generosa.
Ad Atene l'ostello della gioventù è bello e pulito, con la tessera studentesca costa pochissimo e ci sono camere con 2 o 4 letti. Unico difetto è che chiude presto come le caserme, ma a tutto si può rimediare... Vengo accolto bene in quanto vespsta e diverso dai solitii tartarugoni con zainone in spalla e rimedio pure un ricovero notturno per la Vespa . Voglio dedicare qualche giorno a conoscere un pò la città e scorazzo tranquillamente tra Omonia, Sintagma, Plaka, l'Acropolis e il Partenone. Ho attaccato un paio di adesivi di Atene e della Grecia e mi sento molto paraculo. Vi ricordate Gerda, l'autostoppista danese? Ebbene la vedo in un bar di piazza Sintagma seduta ai tavolini di fronte l'Amex. Inchiodo pericolosamente e praticamente la raggiugo in Vespa al tavolo. La sera andiamo a Daphni alla festa del vino, si compra il bicchiere e ci si sbizzarisce tra bevute, canti ed attrazioni. La notte per tornare ad Atene in ostello inserisco il pilota automatico. Tutto bene tranne che, non avendo l'ultimo aggiornamento software, ha sbagliato strada un paio di volte. A notte fonda l'ostello era chiuso e nessuno apriva, allora Gerda si è arrampicata, è entrata da una finestra ed ha aperto la porta. Quella fanciulla aveva la quinta ( si parla di marce).
Messi da parte i pregiudizì, fuori moda, comincio ad interessarmi alle ricchezze ed avventure del viaggio in Oriente che sto iniziando e che, da questa taverna della Plaka di Atene si profila ancora lontano.
Che vedere? Che fare? Trovo difficile individuare delle priorità perché gusti e sensazioni cambiano con il "viaggio" stesso. Le categorie sociologiche "persistenza degli aggregati" e "istinto delle combinazioni" ( Pareto, mi sembra) potrebbero essere le direttrici di un Sentiero Zen che valuto bello, vero ma non privo di rischi. Infatti vi racconterò ( quando ci arriveremo) di quella volta che tra Afghanistan e Pakistan, alcuni Pastum sopra una jeep, con mitra e bandoliere, mi beccarono la sera tardi, solo e con la Vespa ferma. Vedremo il perché e come è andata a finire. Anticipo solo che le tre regole (sacre) di quell'etnia, che non riconosceva nè l'influenza del governo afgano nè quella del governo pachistano, sono: ospitalità, vendetta e diritto d'asilo.
Aiutato, in simili riflessioni dall'Ouzo, con vista sul Partenone illuminato, saluto Gerda perchè io devo andare avanti. Gli sguardi si perdono tra le numerose viette e ci separiamo. Inforco la vespetta e mi infilo nel traffico caotico verso un viaggio che forse è un'invenzione della mente. Forse non esiste, da nessun luogo per nessun luogo.
Cercherò di diventare viaggiatore mettendo a nudo, lungo il percorso, vizi, qualità e debolezze. Lo spirito di avventura e di conoscere altri popoli non manca, ma anche il coraggio di lasciare le sicurezze. Pertanto con "How many roads must a man walk down,before you can call him a man?",( Bob Dylan, Blowin' in the Wind) proveniente da un Sony Walkman, lascio la citta della mitologica figlia di Zeus a cavallo di una Vespa curiosa e frettolosa.
Non so ancora quello che sto cercando, il viaggio mi risponderà e forse mi darà delle soddisfazioni e mi permetterà di capire meglio me stesso conoscendo gli altri. Non ho alcun senso di irrequietezza ma voglia di mandare avanti lo sguardo e conoscere cose nuove. Il turista che diventa viaggiatore? Mi viene in mente Oscar Wilde : C'è solo una cosa peggiore del viaggiare, ed è il non viaggiare affatto.
Ho fatto circa 400 km da Atene e sto arrivando a Kalambaka, su una brutta strada male asfaltata, tutta curve e tornati infiniti. Ho fatto una deviazione perché voglio vedere la Meteora. La Vespa (dopo aver cambiato i getti del 19/19) si inerpica a circa 1700 metri di altezza e pare respirare meglio.
Il paesaggio è come quello alpino. Voglio vedere quei monasteri costruiti dai bizantini sui pinnacoli di roccia modellati dal tempo millenario e dalle età geologiche. Attacco la Vespa ad una trave di ferro e salgo sulle scale tagliate nella roccia. 5 o 6 monasteri sono ancora abitati, uno da sole donne, in origine pare fossero 24. Vi risparmio la descrizione di questo possente centro dell'ortodossia orientale, basta andare su Internet. Dalla sommità delle costruzioni lo spettacolo è grandioso ed imponente per forma e grandezza.
La senzazione che si prova è un senso di timore e, nel contempo, di vanità dell'umana esistenza. Elevazione...spirituale.
Vicino alla Vespa trovo un tale Dimitri (mi pare) che si era attardato e aveva perso non ricordo cosa. Lo carico e lo porto giù a Kalambaka. Un paio di volte ho minacciato di lasciarlo a terra perchè si sbilanciava, se curvavo asinistra si buttava a destra e viceversa. Mi consiglia di andare a Kastraki per trovare alloggio, ci vado è un bel paesino e fraternizzo nella taberna con alloggio. La Vespa mi sembra leggermente spompata e metto a cuccia pure lei...
La mattina mi sveglio, nel picolo villaggio di Kastraki, con il suono delle campane che riecheggiano nella valle, chiamano a raccolta i monaci. Accendo la Vespa, carico il modesto sacco del bagaglio, do un paio di sgassate di saluto a tutti e m dirigo verso Larissa. Mi accompagna il fiume Peneo che nasce dal Monte Pindo, in Tessaglia, attraversa la regione di Meteora e si getta nell'Egeo nel golfo di Salonicco. Qualcuno mi spiega che nella mitologia greca Peneo è il padre della ninfa Dafne. La strada per Larissa è tortuosa ma si cammina bene ed il fondo è scorrevole; ai lati la campagna con coltivazioni di tabacco, barbabietole (da zucchero ?), olive ,agrumi, eccetera. A volte mi fermo nei pittoreschi ristorantini e friggitorie e rinforzo la conoscenza con Greek Salad, Souvlaki, Tzatziki, Moussaka. Come novello Candide mi sembra che tutto vada per l meglio quando, seduta su una panchina che si specchia nel lago, incontro Alicia spagnola di Santiago di Compostela. Viaggia in treno con un'amica, vi terrò informati...
Con Alicia, in sella alla Vespa ( si ricongiungerà con i suoi amici a Salonicco, almeno questa è l'idea...) da Kastraki scendiamo verso Trikala e poi Larissa ( dove mori' Ippocrate il padre della medicina) e Salonicco con la sua Torre Bianca eretta sul litorale. Costeggiamo il mitologico Monte Olimpo. Passiamo in mezzo a chiesette bianche, pastori, coltivazioni, laghi, grano e bancarelle di frutta percorrendo curvoni morbidi da quarta a manetta. Tra poco incontreremo l'Egeo, le graziose località balneari, il lungomare, i locali e i localini.
In qualche pausa per rifocillarci o ammirare i luoghi (per non dire altro...) Alicia parla della mitologia greca, il velo ondeggiante nel quale sono intessuti tutti gli esseri, mostri, uomini e dei. Le loro metamorfosi, giochi e combattimenti. La vita è breve, approfittiamone e non pensiamo ad altro, pare che dicano. Mentre ascolto i significati umani e divini la guardo e registro un po' di fili al vespino. La frizione sembra slittare un poco. Alla Meteora il sentiero è ripido e l'ascensione faticosa. Ma dobbiamo rimetterci in marcia e con un tempo luminoso riprendiamo la strada. Alicia è bella, ha i capelli corvini raccolti in un ciuffo, i pantaloni a righe e mi abbraccia strettissimo con femminilità. Mica male, no? Intanto la Vespa va e non slitta più. Più avanti un tipo con l'abito nero, il cappello da pope e la faccia scontrosa ci offre da bere al tavolo di una capanna trattoria. Pare fosse un priore della Meteora ed aspettava l'autobus. Vi risparmio le leggende, le cariatidi che sostengono qualche tetto, il Partenone, la lira di Anfione ( pare che spostava le pietre e faceva sorgere i templi con la magia dei suoni). Erano i discorsi tra il prete ed Alisia.
In prossimità di Salonicco ci fermiamo a Kalamaria, regione abitata fin dalla preistoria; è circondata dal mare. Ci fermiamo per fare un bagno, il mare è caldo, stupendo e cristallino, la spiaggia pure. Nel suo costume olimpionico è forte nuotatrice, tutto il contrario di me. Pranzo in una bella taverna con musica dal vivo. Alicia non è più convinta di "ricongiungersi" con la sua amica a Salonicco, magie della Vespa? Magari fosse! La studentessa di architettura è viaggiatrice in gamba ed astuta. Intanto imparo un po' di spagnolo. Si dorme "cojunto" in un piccolo albergo in mezzo al mare e la mattina dopo si riparte per Salonicco costeggiando le coste frastagliate dell'Egeo. La decisione è presa! Alisia, resta con me e la Vespa fino ad Istambul, poi con la sua amica ritornerà in aereo in Spagna. Ci si vede là ( a Istambul, chiaro). Contento come una Pasqua sgasso a razzo e "stucco" il filo del gas, poco male lo cambio e ... si parte per Istambul. Viajes en Gracias a Dios! Davanti alla penisola Calcidica, buone strade con vista mare, campagne verdi, stradine e sentieri. Superiamo Kavala, Xanti, Komotini, Alessandropoli ed arriviamo ad Ipsala alla frontiera con Edirne o Adrianopoli (Tracia) in Turchia. Lungo il percorso, campeggio libero senza tenda, Alicia con sacco a pelo ed io con "saccolenzuolo" al riparo di promontori rocciosi. Costeggiamo per lunghi tratti il mare, ovunque insenature e piccole spiagge con sabbia finissima.
Si entra in terra turca ed inizia il viaggio vero che mi porterà in Nepal a cavallo della Vespa. Allora avanti con i 240 Km che ci porteranno nella vecchia capitale dell'impero ottomano: Istambul già Bisanzio e già Costantinopoli. Una città estesa nel tempo e nello spazio. Attraversiamo, a volte stanchi ma contenti, Gotzer, Kemer, Sangor, Kartlepe ( non giurerei sui nomi, vado a...ricordo) ed eccoci arrivati, suoniamo il campanello della porta di bronzo dell'Oriente.
Tralascerei i futili raccontini diaristici e le pseudo descrizioni depliantistiche che tanto piacciono al tipico turistone patentato. Nessuna voglia di evocare indirizzi, pasti ed altri dettagli stereotipati. Tante volte è stato fatto da altri.
Mi limiterò a fare dei nomi e raccontare ( se ci riesco) delle senzazioni. Penso che poche città ( come questa) hanno simboleggiato ( grazie alla posizione, alla storia, al panorama) il pensiero stesso della civiltà. Qui si può cominciare a pensare al passato, alla natura, all'Oriente.
Le parti importanti e caratteristiche della città tentacolare sono la Moschea Blù ( Sultan Ahmet Camii ) con i suoi 6 minareti, Santa Sofia (Haya Sophia) simbolo stesso della storia millenaria di Istambul, il Gran Bazar (Capali Carsi), il Topkapi ( centro del potere ottomano), la Moschea Solimano (Sulleymaniye Camii ) che con l sua cascata di cupole domina il Corno d'Oro, l'estuario che divide in due l'Istambul europea ( il tramonto da "paura" sul Corno d'Oro inpressionò pure George Byron), il ponte Galata costruito dai Genovesi nel 1348. Una parola per il Bosforo, punteggiato da mille luci e pieno di ristorantini di pesce, formidabile.
Decidiamo di non intrupparci troppo in mezzo ai zampiconi turisteggianti in brache corte e canottiera e ci dirigiamo a Fener un piccolo quartiere vicino all'estuario, vi sono vie con case di legno del periodo bizantino. La Vespa si arrampica (sbuffando) più in alto ed arriviamo a Eyup, villaggio in stile ottomano. Le colline sono coperte di antichi cimiteri e cipressi. In alto alla collina ( dentro un antico cimitero) arriviamo al caffé Pierre Loti, un posto meraviglioso, si fuma il narghilè su cuscini e banconi ammantati di tappeti. La terrazza si apre sul Corno d'Oro illuminato in una atmosfera da incanto.
Andiamo al rendez vous con l'amica di Alicia dalle parti di Taksim Square, dopo aver fatto circa 1000 Km in sella ci dobbiamo lasciare, tornano a casa con un aereo tra poche ore. Malinconia di una contentezza eccessiva, ma effimera. Una lacrima che sale agli occhi di Alicia . Dopo una fusione completa di esperienze i nostri percorsi si dividono, addio compagna di viaggio. Con un velo di tristezza ritorno al Pudding Shop a Divan Yolu ( Sultanahmet). Il Pudding Shop altrimenti detto hippies pastahanesi ( aperto dal 1957) è l'inizio del sentiero hippies che ha portato molti giovani americani ed europei nell'avventura orientale, vero punto di incontro per la pista di Kathmandu. Nella grossa bacheca c'è ogni genere di messaggio, richieste ed offerte di passaggi per l'Oriente, quindi punto di incontro e passaggio. Non dimentichiamo che siamo nel ''74 quando Sultanahmet ed il Pudding Shop, in particolare, erano il vero punto nodale per chi doveva fare " il Viaggio all'Eden". ( Ora non è più cosi' ed è indistinguibile dai locali vicini).
Fermo la Vespa nel parcheggio di Sultanhamet, in mezzo a vecchie auto e furgoni ( di frics, hippies e viaggiatori) ed entro nella "pasticceria" , Mi faccio due birre Tuborg Gold parlando e prendendo informazioni, sul viaggio, con varia umanità. Insomma, sono sul Gateway per il Nirvana...
Foto dell'epoca, Pudding Shop, Sultanhamet, Shucruz e lo staff del Pudding.
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Shucruz mi invita a cena a casa sua perchè vuol farmi conoscere la sua famiglia. Quando gli spiego che Alicia non c'è, perché è partita, in men che non si dica invita anche una ragazza, sua conoscente. Tengo a precisare che più di una volta Shucruz ci aveva invitati in locali e nigth club dove si faceva vedere dai suoi amici pavoneggiandosi con Alicia. E' una australiana ( non ricordo il nome) che ha fatto il viaggio alla rovescia per andare a Londra, è appena tornata dall'India con treno, pulmann e passaggi vari. La cosa mi interessa assai perchè potrebbe spiegarmi molte cose sul viaggio che devo fare. Prendo la Vespa, carico l'australiana e seguiamo la macchina di Shucruz in direzione della sua abitazione. Attraversiamo il ponte di Galata illuminato, arriviamo in un villaggio sul Bosforo e siamo in Asia...
Sono a Sultanhamet da più di una una settimana, ormai quasi tutti (indigeni e non) conoscono quella vespetta bianca parcheggiata in mezzo ai furgoni e auto degli stranieri , i ragazzini ci salgono sopra ( salvo alzarsi di scatto quando mi vedono ), ci giocano e la sorvegliano. La Vespa ha quasi sempre dormito all'aperto tra la Moschea Blu' ed il già citato Pudding Shop; per i molti militari di guardia nella zona fa quasi parte del paesaggio, in mezzo a tanti veicoli (l'altro giorno c'era pure il Magic Bus, proveniente da Londra per Delhi ) il vespino bianco targato ROMA si staglia nel parcheggio ed a tutti i passanti sembra esotico come un pino marittimo a Nuova Deli.
La mattina è calda, con l'ambizione di un pioniere ed in mente con qualcosa di diverso dai miei pensieri, sotto lo sfondo della policromania della Moschea Blu', mi accingo a preparare la Vespa per la partenza tra un capannello di persone che salutano in modo sincero, gli hippies mi dicono che ci vedremo lunga la pista, Shucruz mi porta una busta con cose da mangiare e un termos di caffè, mi dice di stare attento alla benzina, fuori Istambul.
Istambul,Izmit,Adapazzari,Ankara,Kirikalle,Sivas,Erzincan,Erzurum,Van fino al confine con la Persia.
I KNOW I HAVE TO GO, away...
Taglio tutta l'Anatolia Centrale, costeggio ed attraverso il fiume Eufrate ( questo nome mi ricorda la storia imparata a scuola), altopiani, pianure e distese di steppe, campagne, villaggi, montagne, boschi, crinali, laghi e torrenti. La Vespa si inerpica in strade aspre e movimentate e frulla per discese e tornanti.
Anche qua tralascio le solite descrizioncine di incontri, pernotti, nomi di strade ed indirizzi, quanto è buono quello e quanta costa questo. Sono informazioni,non sempre utili,che si trovano ovunque. Inoltre sono passati 34 anni! Vi pare poco? Il mondo è uguale? Questo viaggio è, ormai, un'altra biblioteca.
Un mosaico inpenetrabile di molti chilometri, fatica, gioia, passi, voci confuse e grida. Ci è voluto lo scetticismo della gioventù, gli incontri, i problemi e le testimonianze per raggiungere la meta. Ogni significato era vero e corrispondeva a qualche livello di comprensione.
Più avanti parlerò di quell'esploratrice modesta ed infaticabile che è stata la Vespa e delle pupille arrossate del suo (quasi) ingenuo guidatore.
Tra le molte e varie vicende vespistiche ( non gravi) che mi hanno dato un po' di timore c'è quella capitata vicino ad Erzincan mentre costeggiavo l'Eufrate. Sono quattro ore buone che vado avanti vicino al fiume, la Vespa si è surriscaldata, ho il culo piatto ma voglio arrivare prima del buio. L'ombra comincia a scendere, l'azzurro del cielo si fa più intenso e si avvicina il tramonto. La Vespa emette come un sibilo e dalla marmitta esce fumo bianco, perde compressione e rallenta, non va più fluida e rotonda. Mi fermo senza spegnerla e chiedo pareri al dio del Fiume, la diagnosi è: fascia incollata. Cazzo, in giro non c'è nessuno, solo qualche camion asmatico e strombazzante. Un brivido nella schiena, poi riparto a mezzo gas con la scia bianca e riesco a fare i 40 kilometri che mancano a Erzincan. Sicuramente oltre al surriscaldamento la cosa è dovuta all'olio vegetale che ( in mancanza di altro ) ho messo nella benzina da troppi chilometri. Spero che i residui carboniosi non abbiano danneggiato il pistone. Arrivo in città con un po' di paranoia ma senza scaldate o peggio grippate. Faccio girare un po' il motore da fermo e la spengo. Per adesso è fatta, mi trovo un posto per mangiare e dormire ed al resto ci pensiamo domani mattina.
Eccomi vicino ad una bottega di riparazione di trattori ed attrezzi agricoli vari, butto giù la Vespa, tolgo testa e cilindro ed ecco il pistone con una fascia che i residui carboniosi dell'olio avevano incollato . Tutto il resto è in ordine. La tolgo con la massima delicatezza ( anche se ne ho un paio di riserva) la pulisco con benzina assieme alla scanalatura della sede di fascia sul pistone per togliere ogni residuo carbonioso. Pulisco anche la canna del cilindro, le luci (in po' ostruite) ed i travasi. Rimonto il tutto, metto una candela nuova ( l'altra è catramosa e da buttare ), la Vespa parte al primo colpo e torna a fischiare "sgargiula" sulla strada.
Per inciso le strade che si incontravano erano spesso vecchie e malandate ed attraversavano villaggi sperduti al limite della cosiddetta civiltà, paesaggi incontaminati, cavalli, eccetera.
Sicuramente è chiaro a tutti ma le strade di oltre 30 anni fa, nel continente asiatico, non avevano nulla a che vedere con quelle di oggi, le super strade non esistevano proprio, ci si arrampicava per sentieri e passi montani, si scendeva per valli , strade e stradine pseudoasfaltate. A volte l’asfalto era inesistente e bisognava riparare le gomme che foravano continuamente.
Questo è senza dubbio una parte del fascino avventuroso di questo viaggio in Vespa che si può considerare (credo) uno dei primi fatti da un europeo. Poi sono arrivati gli altri...
Grazie a questo breve racconto mi torna alla mente un viaggio ingenuo e inesperto, appassionato e impegnato, un modo nuovo (per me) di rapporti reali e di piacere. Via terra da Istambul a Kathmandu, passando dal Pudding Shop di istambul alla avenue Amir Kabir di Teheran, a Chicken Street di Kabul, al Budda di Baymian, ai 7 laghi che si alimentano a vicenda di Bandiamir, alle "coltivazioni" di Mazari Sharif, ai "fulminati" del Pakistan, a Freak Street di Kathmandu. Un'epoca ed un cammino che non si potrà ripetere in modo uguale. Hippies, viaggiatori, folclore, paesaggi "brillanti", caffetterie, taverne, ostelli, santoni, guru, ciabatte, barbe, illuminazione.. Tappeto (afgano?) di popoli e persone, menti e conoscenze: non è lo scopo di tutti i viaggi? Insomma , in compagnia di una Vespa verso un mosaico di esperienze, paesi e paesaggi e profonda umanità nelle differenze.
Bhèh, non vorrei diventare troppo lirico e cambio discorso. Adesso beccatevi un paio di foto ( sempre se riesco a metterle) che ho "fotografato" con il telefonino dal passaporto che avevo al tempo di questo viaggio., Sono un paio di visti, logicamente, niente donne nude. La foto del giovane (o quasi) verbena la potrei postare solo in cambio di congrua contropartita.
Ho superato la frontiera Dogubayazit (Turchia) Bazargan (Iran), la mia strada è Tabriz, Teheran, Mashad ( vedi carta sotto), la Vespa va bene, non succede nulla e ruzzica tranquilla e inpertinente, si sarà accorta che non ne posso fare a meno, forse anche le cose inanimate hanno vita? Penso che alla prossima occasione leggerò qualcosa del profeta Mani'. La configurazione delle montagne, i colori intensi facevano bello il mio viaggiare. Sfruttavo il fresco della mattina, mi arrampicavo tra polvere e paesaggi da cartolina. In cuffia Mellow Yellow di Donovan. Più o meno accadeva questo quando alle spalle ho visto due strani veicoli che si avvicinavano a velocità doppia della mia . Era un furgone fumante e scassato seguito da una vecchia Mercedes Benz con disegni psichedelici che si stagliavano sul nero della vernice. Mi affiancono, strombazzano, si sbracciano dai finestrini ,in segno di saluto, e urlano il mio nome. Sono gli hippies incontrati a Sultanhamet che avevano ( come evitarlo) riconosciuto la vespetta bianca che doveva andare (pure lei) in India. Ci siamo rincontrati all'interno della stessa utopia ingenua, generosa e (forse) sciocca. La sera, sotto la luna persiana, tutti in un bosco sulla via di Tabriz, vicino un laghetto. Insieme si fuma, si beve ( un punto al quattroruote) si cucina e si mangia insieme, si suona la chitarra in un grande cerchio. Tutti stanno bene con gli altri. C'è anche lo scienzato Hoffman con il suo fungo parassita della segale. Bella notte, i colori abbagliano, tutto esplode, lo spazio e le cose pare che respirino, che si allarghino e palpitino. Bob Dylan e Jefferson Airplane. A proposito dei Jefferson, questa dovrebbe essere la traduzione di "Surrealistic Pillow" che parla di Lewis Carroll: "Una pillola ti fa più largo e una/ Ti rende piccolo/ E quelle che ti dà la mamma in fondo non fanno nulla;/ Va’ a domandarlo ad Alice, quando è alta tre metri/ e vai a caccia di conigli e sai che sta per cadere./ Digli che un bruco che fumava il narghilè ti ha chiamato" .
http://it.youtube.com/watch?v=wE1J9a9SMYo
Allora, avanti. Saluto i simpatici hippies e Karen con la quale ho passato la notte tra alti e bassi e continuo la mia pista per l'Oriente. Ho rimediato un litro d'olio ed un lungo filo di ferro, sono già due volte che riparo il padellino, si è rotto il collettore di scarico e la Vespa sembra un elicottero, vedremo strada facendo quello che si può fare. Molti personaggi, autisti di corriere squinternate, chilometri e chilometri, tra deserti, meccanici filosofi e veri antropologhi dell'esistenza. Cammino, osservo, registro. Viaggiare in Vespa è diventato un modo di vivere ( e molto diverso dai turisti che scendono dall'aereo e vedono senza capire) i posti non sono mai uguali o simili. Un viaggio tra immagini, problemi e follia. Luoghi dove si comincia a capire da quando si rinuncia a capire. Si spinge la messa in moto, si stacca il piede da terra, il piede si posa sulla pedana e su quel tappeto la strada comincia a correre. Viaggio in un paese stupendo, per storia, cultura, tradizioni ed usi. Montagne, strade bianche, tappeti, narghilé, datteri, thé e coca cola. Attraverso altopiani e pianure, deserti di sale ed oasi, foreste e paludi. Vedo sullo sfondo un monte che arriverà a 5000 metri di altezza, sono a Teheran.
Il faro e lo sterzo della Vespa è ornato da un headstall di colore rosso che fluttua con fiocchi e piume, me lo ha dato un cammelliere dopo un narghilé alla frutta insieme.. La sella si sta rovinando e per ammorbidirla ho legato un tappetino di lana colorata, una vera nave del deserto...Ho finito le camera d'aria ed anche i tre copertoni sono arrivati di cottura. Comprerò le gomme nuove a Mashad, mi dicono che c'é il più grande mercato di gomme dell' Oriente, pare che vengano a comprare i treni di gomme anche dall' India.
Breve cronistoria delle riparazioni sin qui.
Filo gas (2). filo frizione (2), filo marce ( 1+1), forature (innumerevoli), lampadine ( 2 posizione,2 anabbaglianti), prigioniero collettore scarico ( riparato con perizia da meccanico di Tabriz) fascia incollata (riparata con destrezza dal sottoscritto dopo smontaggio canna e pistone), puntine platinate (registrate, ma ne ho due di riserva), fanalino posteriore ( sostituito, rotto con un sasso), cerchio anteriore ( raddrizzato un po' col martello, entrato dentro una buca di pietra ), candele sostituite (3), gommino messa in moto ( perduto e sostituito con altro non originale), freni ( erano nuovi ma devo cambiare i ferodi). Credo sia tutto, al momento.
Non ho foto della Vespa, non avevo la macchina fotografica ( troppo ingombrante), al tempo non c'erano le digitali. Alcune foto che ho postate o posterò sono relative a cartoline e foto speditomi nel 74 e rifotografate adesso col telefonino.
Sono da due giorni a Teheran, non è una città propio bellissima, abito all'Hotel Amir Kabir in avenue Amir Kabir al centro della città, la città a partire dal nome delle strade è molto americaneggiante ( vi ricordo che c'è lo Scià) ed i poveri cristi non sempre possono andare nei quartieri alti dove sono le ambasciate, le case dei riccastri , i negozi costosi e gli american bars con bellissime ragazze con la minigonna e gli occhi dipinti. Vengono allontanati appena si avvicinano. Anche se (forse) ho l'aspetto di un povero cristo io sono un viaggiatore ed è diverso, il Consolato Italiano mi slonga circa 50.000 lire in seguito a " promessa di restituzione" che restituirò al Ministero degli Affari Esteri e p.c. a quello del Tesoro entro 6 mesi. Ammetto che i Consolati Italiani di Teheran, Kabul e non ricordo quali altri mi hanno dato sempre una mano. Soldi, per altro, sempre restituiti, mi chiamava i commissario di zona e mi dava il bollettino di conto/corrente per il versamento. Sono stati numerosi, certe volte c'era solo l'obbligo morale di restituire, ugualmente sempre fatto.
Il compagno di stanza dell'Amir Kabir ( un tedesco cinquantenne che ci stava fisso) mi ha fatto notare che avevo brutta ferita sul dorso del piede sinistro, mi accompagna al pronto soccorso e vengo curato. Pare fosse una infezione (ho ancora il segnetto sbiadito sul piede). Tutto bene, mi preparo a partire per Mashad. Non ho problemi di tempo e sono un poco incosciente, decido tra le varie strade possibili di fare il Gran Deserto Salato (Kevir), nonostante tutti mi consigliano di fare quella del Mar Caspio. Alcuni tratti sono deserto assoluto, i Kevir pare fossero antichi laghi morti ed essiccati. Ai bordi (ogni tanto) ci sono i tipici villaggi del deserto, arance e palmeti, case di fango, cacca umana e non. Una serie di antichi canali sotterranei portano l'acqua. Una volta ha piovuto e tutto si è trasformato in una palude costellata di stagni salati. Con la veloce evaporazione tutto si secca e si offre alla vista uno spettacolo "lunare". E' inutile raccontare questa "impresa "perchè si rischia di non essere creduti, altro mondo, altra vita, altre cose, come rinascere quasi ed reimparare altri modi e schemi logici di esistenza e di rapporti. Ogni tanto si incontrava qualche camioncino sferragliante, qualche macchina di contadini e pastori o del solito viaggiatore giramondo. Sono stato anche due giorni ad attendere la benzina o una gomma che si era sfondata. In realtà non ricordo molto di questo passaggio, tutti mi hanno aiutato ed io, anche quando la vespetta non ce la faceva più, ho sempre caricato sopra qualcuno, anche trenta chili di arance,. Ospitalità ed aiuto mi sembravano (e forse lo erano) cose sacre. Zoroastrismo? Forse il tempo si era fermato?
Cartolina spedita a casa
La Vespa trotterella con qualche ansietà tra le buche, camions giganteschi si avvicinano paurosamente al fanalino di coda.
Al tramonto arrivo nella città sacra degli Sciti, caravanserragli e panorami mozzafiato alle porte, strade molto belle in una valle circondata da una parte da montagne e dall'altra dal deserto. Carovane di nomadi accampati nelle tende scure ed animali che razzolano intorno. Mashad , tanta gente, uomini, donne bambini, cupole d'oro, minareti, moschee, mausolei e cortili. La folla davanti alla moschea sacra è potente ed impressionante. Sono uno dei pochi occidentali , giro tranquillo ,sollevando al più curiosità. Trovo alloggio in un piccolo alberghetto senza luce elettrica ed acqua corrente, saluto tutti e do pochi rials ad un ragazzo che mi dovrebbe guardare la Vespa, finora non ho mai avuto questo tipo di paranoie ma sono abbastanza avanti nella pista e non vorrei rovinare tutto riducendomi a viaggiare su treni o torpedoni od elemosinando passaggi, insomma Vespa è e che Vespa sia. Qualcuno ricorderà che il mio problema principale erano le gomme, ormai ridotte a caciotte e mi sono addormentato con questo pensiero. Sveglio, trovo abbastanza facilmente il bazar delle gomme, pneumatici e copertoni. E' una strada lunghissima di soli gommisti con pneumatici di tutti tipi, grossi camions vengono a caricare per portare chissà dove, sicuramente in tutto l'oriente. Incontro addirittura il Magic Bus che era tornato da Kabul per fare un treno di gomme. L'autista e secondo avevano dato passaggi ( a pagamento) a turisti e frics da Kabul a Mashad , poi sarebbero ritornati (sempre facendo pagare il passaggio) per prendere gli altri che li aspettavano a Kabul per andare in India. L'informazione era giusta, trovo subito le ruote per la Vespa, compro un cerchio , tre copertoni e 6 camera d'aria. A finanze sono ancora in linea di galleggiamento, chissà se anche a Kabul rimedio una "promessa" da 40/50.000 lire. I magici erano completamente sballati e passo con loro tutta la giornata ed il giorno successivo , dormendo nel Bus e fumando il nero nel narghilé, Si fuma e si tossisce tra canti, musica e cazzate varie.
La mattina , con l'aiuto dei ragazzi del Magic Bus comincio a smontare la Vespa e cambio cerchio, gomme, freni. E' propio vero, con un paio di scarpe nuove... Vado con una Vespa che frena e gommatissima verso la Moschea, dopo la Mecca e Karbaia ( mi pare ) in Iraq è il posto più importante per gli Sciiti, vi è sepolto l'ottavo Iman Reza. Mashad vuol dire: luogo del martirio perché l'Iman vi fu ucciso nel 817, pare da un fratello o cose simili. La Moschea è fatta di alti edifici, è affascinante e straordinaria. Viene definita una delle meraviglie del mondo islamico, mosaici, specchi, turchesi, cupole d'oro. Tutta la città di Mashad è costruita a raggiera intorno a questa magnifica Moschea.
Mi dirigo verso i negozi e le gioiellerie vicino alla Moschea, mi hanno detto che a Mashad ci sono i turchesi più belli del mondo. Negozi di antichità, tappeti e polverose chincaglierie, tra barbuti proprietari con il loro sorriso, intorno spezie e profumi.
Scarto i negozi tipicamente gabbaturisti e mi infilo in un posto abbastanza elegante gestito da un ragazzo vestito da occidentale che parla un discreto inglese. Mi accompagna un olandese del Magic Bus che, a suo dire, conosceva bene i turchesi e sapeva distinguere quelli veri da quelli finti, ossia di plastica dura. Per sua esperienza mi dice che li posso trovare ad un dollaro l'uno e possono essere venduti nelle gioiellerie di Delhi a 10 volte tanto. L'olandese è veramente competente, il venditore se ne è accorto subito a giudicare dal suo atteggiamento e dai vari tipi che man mano tirava fuori. In breve affare fatto, ne ho potuti comprare 80 ad un dollaro l'uno ed anche a me sembravano assai belli, delle noccioline di colore turchese. Vi risparmio le spiegazioni per "costruire" un turchese e come distinguerli, e la migliore qualità, eccetera.
Ho rifiutato la scatola che il venditore stava preparando e li ho messi in un sacchetto di cuoio, adesso avevo solo il problema di passare qualche frontiera e portarli in India.
Tra poco inizierà il vero sentiero; in Vespa, nel vento dell'Est verso la "terra promessa"' della generazione del vostro umile scrivano.
Allora iniziamo la strada per luoghi ancora più esotici ed avventurosi a cavallo di una romantica Vespa. Avverto quasi la necessità di conoscere modi di vivere diversi, esperienze dirette, desiderio di esplorare. Voglio vedere cosa c'è dall'altra parte del deserto, delle montagne... dell'anima. Inizio anni 70 il viaggio verso l'India è complicato ed insolito, i luoghi, i posti e la gente sono diversi e più esotici di oggi.
La cosiddetta sicurezza che tanto ci piace allora non c'era. Niente e-mail, carte di credito, telefonini ma la sensazione di essere esploratori e pionieri.
La mente deve essere rilassata e la pazienza protagonista.
Risparmio le vicessitudini e la burocrazia alla frontiera iraniana ed il suo macabro zoo di oggetti, borse e cinture modificate, copertoni valigie con sottofondo ed altre invenzioni , sventrati ed esposti a triste testimonianza dei ritrovamenti di droga, venti metri di vetrine di muso degli orrori che non si poteva non vedere lungo il passaggio. Indicibile tristezza nel vedere le foto appese dei mal capitati.
Sulla via di Herat ( poco più di una nostra strada di campagna) la sensazione è quella di essere stati sbalzati da una macchina del tempo, indietro di centinaia di anni. Bisogna adattarsi, cambiare abitudini, risorse mentali. Ci sono percezioni nuove ed altre disponibilità. I primi venditori di pani di hashish neri come il catrame e dall'odore forte. Dal produttore al consumatore. La vendita era vietata in pubblico e, quindi, bastava coprire con tela o garza. Comunque anche a Kabul od altrove la mia impressione è stata che il fumo per loro era vietato come può esserlo bere il vino a Frascati. In alcuni posti, i più ingenui dovevano stare attenti all' hashish bakshish, appunto la multa ( o meglio mancia) che chiedevono scalcinati polizziotti. Ho visto vitaminizzati turistoni americani appanicati sborsare biglietti da 100 (dollari).
Il primavera (addobbato come un cammellol) mastica la strada per Herat, attraverso campi di grano, erba medica, patate, villaggi , case di fango col tetto di paglia, donne che lavano nei canali..
Herat è invisibile, non arriva mai e siamo quasi al tramonto, continuo nella unica strada ( costruita dai Russi mi sembra, invece quella che da Kandahar va a Kabul l'hanno costruita gli Americani) ed entro in paranoia perchè mi rimane al massimo un litro di benzina. Vedo un vecchio col turbante, con la pipa ad acqua che assorto nei propri pensieri guardava il deserto. Mi fermo e cerco di domandare dov'è Herat, cazzo l'ho passata da una diecina di km e non l'ho vista. Devo stare attento , torno indietro con la massima attenzione e capisco perché l'ho lisciata. E' veramente invisibile, non c'è illuminazione , le case sono di fango ai bordi della strada e nessuna indicazione. Con il cuore in gola, è quasi buio, entro nella città fondata da Alessandro Magno. Trovo un albergo e dormo, sono sfinito e non ho la forza di fare nulla. La mattina , vedo scene tipiche dei tempi andati, gente accovacciata per terra, donne con il burka, donne coloratissime, cammelli, mercato pieno di gente, nessuna macchina, povertà ricca di fantasia. I canali d'acqua, che sono latrine a cielo aperto, sono usati tranquillamente per sciacquare la frutta e per lavarsi. Qui il passato non è ancora tramontato. Vedo la bella Moschea, compro un vestito afgano antico molto bello e molto caro ( lo voglio riportare a Donatella) metto benzina, rifiuto un acquisto di nero, faccio un po' di provviste da mangiare e riparto in direzione Kandahar. Montagne di tutti i colori, si attraversa di nuovo il deserto afgano, costeggio il fiume Harimud, il caldo è opprimente, la gola riarsa dalla sete. Ogni tanto mi fermo per bere un tè bollente, ho imparato presto che è l'unico rimedio al caldo massacrante. Vicino alla Vespa uomini persi nei propri pensieri che guardano la strada e fumano il narghilè.
Continuo per la "International Highway" in direzione di Kandahar, la seconda città dell'Afganistan . Ci arrivo bello abbronzato (quasi sempre in bermuda, infradito ed una camicetta leggera presa ad Herat per 20 afganis; 50 afganis = 1 dollaro = 620 lire). Ci ho messo quattro giorni ma non ho nessuna fretta: voglio passare e... vedere, guardare e... capire. Non voglio che fra me e l'oggetto della mia ricerca ( ammesso che ci sia) si frapponga la barriera del folcrore . Questo, ho sempre cercato di fare durante questo lungo viaggio. Ho bucato una sola volta ed ho indovinato i "pit stop" per rifornimento benzina; secchiate d'acqua ( di ogni tipo e quando possibile) hanno aiutato a raffreddare gruppo termico, carter e freni e gomme. Olio per miscela quello che si trovava e non aggiungo altro, non vorrei far svenire quelli che disquisiscono su questa o quella marca, e aprono pagine e pagine di post circa l'importanza del sintetico, del quasi sintetico o del mezzo sintetico, eccetera; il più delle volte per andare a comprare, sotto casa, il giornale in Vespa.
Kandahar, gente tosta che aveva ( a quei tempi) un senso di ospitalità e di rispetto per cultura e tradizioni millenarie. Per un viaggiatore non c'erano mai problemi e si poteva anche fare a meno di regole. Ho cercato, vedendo che per noi tutto era più facile, di attenermi, almeno, al rispetto ed alla educazione. Forse qualche volta non ci sono riuscito...
Vabbè: caos e casino, stradette ad intuito, case fatiscenti, qualche Ziguli' ( Fiat 124 di costruzione sovietica), camions scassati con il muso tipo da cartone animato, riksciò a tre ruote, carrette trainate da uomini, asini, capre, barbe e turbanti , galline, cani e biciclette.
Il bazar è un dedalo di viuzze in terra battuta. Giravo tra canestri, cesti di paglia, spezie, frutta, vestiti di tutti i colori usciti dalle concerie, artigiani del cuoio, della pelle, del rame, tappeti, sarti , venditrici da... National Geographic.
Volevo comprare un giaccone afgano (per il freddo delle montagne che mi aspettavano), ma mi occupava troppo posto rispetto alla mia giacca a vento Timberland.
Resto a Kandahar 2 giorni e riparto. Al primo rifornimento fuori città mi mettono la benzina con una pompa a trazione "umana" , messa la pistola nel serbatoio pompava dalla colonnina a mano perchè non c'era elettricità.
Lunga traversata del deserto afgano nella "Internetional Road". Poi aumentano le poche automobili in circolazione, gli autobus, le casette ai bordi della via. Ancora strade tortuose, piccoli borghi, capanne di paglia ai lati del fiume ed ecco siamo arrivati. Kabul, è in mezzo ad una pianura ed a nord ovest sulle colline. Il fiume omonimo la divide in due. Il traffico è caotico e per me, che non c'ero più abituato, inusuale. I dromedari si inseriscono tra i veicoli. Dentro la città il tempo è scivolato via. Uomini in turbante, donne con vestiti colorati, capre, architetture di gente, merci e vecchi mestieri. Indoeuropei mescolati con le stirpi mongole. Suoni odori, colori. Kabul alle porte dell'Oriente.
Vado nel quartiere Shar-e-Naw, mi sembra un luogo internazionale come alcuni quartieri di Roma, New York o Londra. Vado nella mitica Chiken Street, lungo corteo di freak, alloggio al Peace Hotel assieme a sballati di tutto il mondo, poeti, artisti, e fumo delle montagne.
Un giorno mentre bighellonavo incontro Roberta ( una ragazza che abitava nel mio stesso palazzo, al piano di sopra, a Roma ), la conosco da quando era piccola. Lei ed il suo ragazzo sono stati imbrogliati da un change money di stanza davanti alla Steak House ( se compravi la bistecca avevi la minestra in omaggio). Vado al Peace a raccattare un amico italiano che avevo conosciuto a Teheran, é un giovanotto di Varese grande e grosso , scappato ( a suo dire) dall'Italia per motivi inerenti la politica ( di destra, mi pare). E' pieno di tatuaggi ( quelli veri, la moda doveva ancora arrivare) ed ha un passaporto italiano non proprio perfettto. Mi è rimasto impresso che ci aveva appiccicato anche il bollino "galletto nero" del Chianti classico oltre a francobolli italiani per cartolina. La sera alle sei è già buio ( a Kabul si andava a letto presto). Aspettiamo il tizio che aveva solato la mia amica, davanti la Steak House, per farci ridare i soldi. Quando arriva, il varesino non mi da nemmeno il tempo di parlare e gli ammolla un cazzottone, gli strappa il borsello dalle mani, prende solo i soldi che aveva rubato a Roberta e getta per terra tutto il resto, in mezzo alla gente che osservava muta e stupita. Grandioso, nessuno ha detto niente, nemmeno lo sfigato con l'occhio nero. Alla Steak House siamo sempre tornati a testa altissima, abbiamo acquisito dei punti, gli Italiani...eccetera, eccetera.
Alla prossima vi parlerò della volpe del deserto e poi il viaggio per Bamyan e Band-i-Amir (con qualche problema alla Vespa).
La volpe del deserto ve la racconto dopo, adossa tocca a Bamyan e Bandiamir. Devo salire sulla montagna, Bamyam è a 2500 metri di altezza , Bandiamir a 3000 metri. Avevo messo un cartello nei vari alberghi di Shar-e-Naw per trovare qualche motociclista interessato alla cosa. Siamo in tre, un inglese di nome Jack con una Norton e la fidanzata Annie ed Antonio uno spagnolo che aveva affittato una robusta moto di fabricazione russa. Nel giardino del Peace Hotel con un chilum che itera in loop e sotto l'alta supervisione e consiglio del baba dell' hotel abbiamo fatto il piano di viaggio ed i necessari preparativi. Qualche cibaria, due piccole canadesi prestatoci dal baba, bottiglie di acqua minerale, qualche birra, taniche di benzina, eccetera. Il vespino, ovviamente, era esentato dal caricare alcun che. Dimenticavo che con me sulla Vespa avevo una navigatrice Amelie, cazzutissima francese che viaggiava da sola. Ce la farà la Vespa a salire su quei tornati di montagna fino a 3000 metri in due? Ma si mi rispondevo, siamo tutti e due magri...Confesso che quando a Shar-e-Naw si è sparsa la voce che tre sbroccati volevano salire a Bandiamir con due moto ed una Vespa molte sono state le persone che si offrivano di pagare per partecipare alla scalata . Lo spagnolo non ha voluto caricare nessuno, gli inglesi erano già in due e per la Vespa è uscito il numero di Amelie. Partiamo la mattina presto, che ci vuole per fare 200 chilometri fino a Bamyam? Adesso lo so, ci metteremo 10 ore con una sosta per la notte, meno male che avevamo le canadesi del Peace Hotel.
Seguiamo il percorso del fiume Bamyan, solo tende di pelle montone, capre,cavalli e file di pioppi. Bamyan, la vallata è stupefacente, è circondata dalle sue alte montagne, oltre la colline si vede l'Indu Kush innevvato. Intenso ricordo sono i Buddha di Bamyan, enormi statue scolpite nella roccia. Shir Sal e Shir Mama (madre) erano chiamate dagli abitanti, i quali lasciavano stare il buddismo e li identificavano come una coppia di sposi discendenti degli antichi re della valle i Shir, appunto. Per un attimo dirò cose che tutti sanno, la statua più grande è alta 54 metri, ed una serie di gallerie e passagi portano all'altezza della testa. Io non ci sono andato, troppo faticoso, lo spagnolo è tornato senza respiro. A 100 metri circa c'è l'altra con dentro salette, gallerie ed affreschi. La parete di roccia è piena di buchi, passaggi, grotte, sede di conventi ed eremiti. I due immensi Buddha hanno resistito a guerre, lotte, a Gengis Kan ed ai Sassanidi, ad Arabi, ai seguaci di Zoroastro e dell'Islam. Tutti sapete la misera fine che hanno fatto non molto tempo fa.
Il sole incendia la grande Falesia di roccia ed illumina i Buddha nelle loro alcove di roccia risalenti a 2000 anni fa .La gente del posto vestita di stracci, di zucchetti con specchietti e di stole ricamate non conosceva (ancora) il turismo.
Il giorno dovevamo fermarci ad ogni sorgente o ruscelletto che incontravamo per raffreddare i motori, la notte , invece, faceva freddo. Lasciate le nostre canadesi, siamo andati nell'unico piccolissimo albergo di Bamyan con le stanze di legno ed il fuoco, ricordo che aveva una stanza matrimoniale e due singole, unici ospiti.
Deserto Kabul_Bamyan
Per arrivare ai 3000 metri di Bandiamir dobbiamo salire ancora 500 metri e percorrere circa 75 chilometri. Più si sale e più la Vespa ansima e arranca. Il classico affannamento del due tempi dovuto alla pressione atmosferica legata all'altezza. Ci fermiamo davanti ad un ruscelletto. Provo a cambiare gettaggio e polverizzatore per trovare un miglior rapporto stechiometrico, insomma di carburazione.
Il problema, come è noto è anche quello della densità dell'aria (aumento o diminuzione) che creano miscela magra o grassa. In più la Vespa è quasi surriscaldata. Visto che, da questi parti, siamo in argomento carburare è difficile come fumarsi uno spinello, poco ossigeno.
Pare che vada meglio e ripartiamo. Due ore e mezza per fare 75 chilometri, siamo a Bandiamir (Diga del Re). Distese di acqua e dirupi color rosa. Ci sono 5 laghi che si alimentano a vicenda. I due più grandi Haibat e Zultiqan sono profondi circa 80 metri e vengono riforniti da sorgenti sotteranee.
L'aria è rarefatta e pungente. Spettacolo, laghi, tanti cavalli, aria nitida, luce bianca e acqua color turchese. In uno dei laghi un tedesco acquatico faceva il bagno nell'acqua gelida. Nulla, solo una grossa tenda con cuscini e tappeti con annessa capanna di legno e paglia che facevano da albergo e ristorante per i viandanti. Si potevano affittare i cavalli , io ho preso quello che mi sembrava più mansueto ed evitavo di fargli prendere il galoppo, Amelie, invece, ci ha lasciati di gran carriera e l'abbiamo rivista
due ore dopo.
Inserisco una cartolina (avanti e retro) che ho spedito ai miei al tempo di questo viaggio.
Vedendo la data della cartolina ( vedi sopra ) sono già due mesi che sono in pista. Siamo tornati al Peace Hotel ed il baba ha organizzato un festeggiamento a numero chiuso nella sala ristorante: si mangia, si beve, si suona il tambur ( il sitar afgano) e si fuma. La coreografia è fatta di canne e chilum , però ho visto pure lo zucchero marrone scaldato sulla stagnola e tirato caldo con una moneta arrotolata. Novità del viaggio a Bandiamir: Antonio ha svalvolato la sua Ural M-67 a cento chilometri da Kabul, ha telefonato al noleggiatore ed è tornato con un camion di meloni; Amelie continua con me fino in Pakistan (poi si vedrà). Finalmente un vero letto, dalla finestra della camera d'albergo Amelie ed io guardiamo il film di Chicken Street, il suo andirivieni, personaggi, donne da cartolina, panetterie , hippies, negozi e proprietari con ampi sorrisi sotto il turbante al passaggio di un occidentale. Fra pochi giorni si parte, già penso di comprare un po' di rupie indiane a borsa nera ( qui è conveniente ).
Andiamo al mercato , bancarelle di frutta, e verdura, uova e galline, giocolieri , saltimbanchi, tavolini di carne, si frigge il pesce, thé, uvette varie, samovar, lattonieri, scommesse sui galletti uncinati, ferri da dentista , scorpioni o cose simili erano venduti come medicine.Nella calca di gente un venditore si becca uno sganassone da Amelie perchè le aveva toccato il culo. Quello è diventato a rosso e ci mettiamo tutti a ridere. Abbiamo preso pure le indian rupees. Altro contrabbando che si aggiunge ai turchesi di Mashad. A proposito di quest'ultimi, visto che li avevo nascosti sotto il carburatore della Vespa ( per la dogana), quando li ho ripresi il sacchetto era zuppo e puzzavano di benzina. Vedremo in seguito come andrà a finire.
Me ne vado passaggiando tranquillo in questo bazar continuo che è Kabul, tutto è per strada, carne appesa, uccelli chiusi nelle gabbie, calzolai e gommisti, colori sgargianti. Vedo un ragazzo sporco di fango e con i vestiti laceri che trascina , legato ad una catenella, un piccolo animale. La bestiola selvatica non prova nemmeno a tirarsi su e, tirata per il collo, si lascia (appunto) trascinare per la strada. La sofferenza dell'animale mi mette tristezza e fermo il ragazzino dandogli due caramelle. Vedo che è una specie di piccola volpe alta circa 30 centimetri con la coda e le orecchie lunghe. Cazzo è un fennec, la volpe del deserto. Le orecchie grosse fanno da radiatore per disperdere il calore e le zampe sono coperte di pelo per proteggersi dalla sabbia infuocata. Pare sia un animale carnivoro che trova l'acqua che gli serve nel cibo. Il pelo lo protegge dalla luce eccessiva e conserva il calore per il freddo della notte nel deserto. Sharif è un ragazzetto vispo con gli occhi vivaci. Gli do pochi afganis meno di mezzo dollaro e, pensando di liberare il fennec dalla sofferenza, me lo compro. L'animale è docile, però non vuol camminare legato alla catena (un vero animale selvatico ) e si lascia solo trascinare. Mi convingo a prenderlo in braccio e lo porto com me al Peace Hotel.
Lo lego con la sua catenella ad un albero ombroso del giardinol. Visto che è una volpe del deserto il suo nome sarà Rommel. La permanenza di Rommel nel giardino del Peace Hotel è durata circa quindici giorni, tutti l'hanno adottato e gli davano da bere e da mangiare carne e frutta. I freacs e gli hippies gli parlavano e lo accarezzavano, lo avevano eletto a mascotte. Il giorno riposava all'ombra o si crogiolava al sole, la sera era al riparo. Tornato da Bandiamir, Rommel era ancora al suo posto felice e beato tra freacs e viaggiatori che la sera, radunati in giardino, fumavano e suonavano il sitar. Che pacchia, una vera lussuosa vacanza per lui.
Noi dobbiamo andare avanti per la nostra strada, è tempo di riportare Rommel a casa sua. Il sole è già tramontato, c'è calma in giro. Accendo la Vespa e salgo insieme ad Amelie con il fennec in braccio; dobbiamo fare circa quindici chilometri per arrivare al deserto fuori Kabul. Eccolo, brullo, sassoso, aspro. La notte sta scendendo sotto un incomparabile cielo stellato, non scalfito da luce artificiale, che squarcia l'oscurità. Spengo la Vespa sul ciglio della strada e scendiamo ai bordi del deserto. Amelie stringe tra le braccia il fennec, lo posa in terra. La bestia è immobile, lo fissiamo con lo sguardo e lui si sente osservato. Per un tempo che ci è sembrato lunghissimo guarda , immobile, il deserto e guarda noi. Poi, un lampo di sguardo interrogativo dai suoi occhi e come un fulmine, sotto il bagliore delle stelle, si è tuffato nella notte. Addio Rommel!
Tralascio Mazar-I-Sharif , verso il confine con la Russia. Città di polvere, sabbia, mercati, moschee e... del miglior afgano di sempre. Nella moschea principale pare sia sepolto Ali il cugino ( o cognato?) di Maometto. Tra l'altro ricordo che in Persia è veneratissimo dagli sciiti, un po' fanatici.
Allora si va ad attraversare il mitico Kyber Pass in direzione di Peshawar. Un pittore del Peace Hotel ha dipinto un Tao sul fianco della vespetta, spero sia benaugurante, dovrebbe rappresentare l'universo, l'armonia ma anche la via e il sentiero. Quale migliore decorazione allora? Devo o non devo andare all'Eden?
Alle sette di mattina fa freddo (e siamo ad Agosto), la Vespa sbuffa, spernacchia e parte. Arriviamo alla frontiera afgana in scioltezza. Non ci dovrebbero essere problemi per le rupie indiane e nemmeno per i turchesi ben custoditi da Amelie. Il problema saranno i controlli indiani. Ormai abbiamo fatto il callo ai Border e ci diamo arie da grandi viaggiatori. Gironzoliamo un po' in giro, mangiamo, vediamo la molteplice umanità che va e che viene.
Tutto mi fa provare grande emozione, nel volto delle persone si vedono inquetudini, tristezze, ma anche maestà insieme a forza e dolcezza. Anche se Amelie ha infilato diverse volte la sigaretta dentro le boccette dei venditori di olio abbiamo conservato l'autocontrollo e la Vespa, ad ali aperte, ha passato la frontiera. Percorse le venti miglia della "terra di nessuno", Jalabad, poi il Kyber Pass .
Attraversiamo il Kyber Pass, è una catena di monti che separa l'Afganistan dal Pakistan, le viste sono scenografiche. La Vespa ed il suo equipaggio si inerpicano ai fianchi della montagna in una strada tortuosa di circa 50 chilometri (Tonkan-Peshawar) attraverso la catena dell' Hindu Kush. Il punto più stretto non è più di tre metri. Quando si incontrano pulmann o camion, ma anche automobili, qualcuno deve tornare indietro a retromarcia per trovare un posto e far passare l'altro. Roba da brividi per chi non è abituato. Sotto meravigliosi e raccapriccianti baratri da mille metri, si vede la stradina piccola piccola dall'alto... Guai alla minima distrazione. Purtroppo qualche vestigia si vede. Scendiamo di sera tardi con al massimo una siringa di benzina.
Abbiamo "passato" il Kyber, siamo abbastanza tramortiti. La strada non finiva mai, l'attenzione doveva essere massima, sempre attenti alle segnalazioni sonore prima delle curve (cieche). Fumo proibito. Abbiamo bucato e riparato la gomma (con tip top) e mangiato con i passeggeri di un pulman colorato in modo psichedelico fermo in uno slargo (si fa per dire). La Vespa si appanna, tossisce e si ferma. E' finita la benzina! Come dicevo sopra la "siringa" ha esalato l'ultima goccia. Vabbè, è una notte con mezzaluna pachistana contornata da tante stelle. Sono le dieci di sera e non passa più nessuno, i pochi veicoli in giro ci hanno salutato negli ultimi chilometri di discesa. La temperatura scende. Che fare? Bisogna passare la notte qui, forse accendere un fuoco ed aspettare la mattina per rimediare un po' di benzina. Certo che un po' di paranoia ci cattura, da soli in mezzo al nulla e di notte. |
Ultima modifica di verbena il 10 Mag 2008 - 19:43 , modificato 61 volte in totale |
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verbena
VOL's Maniac

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09 Mag 2008 - 17:18 |
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Vedendomi preoccupato Amelie mi abbraccia, già mi sento meglio. Potenza della femmine. Intanto due grossi fari in lontananza si avvicinano verso di noi.
Restiamo impassibili (ed ammutoliti) sul ciglio della strada, Amelie è seduta sopra la Vespa con una sigaretta accesa. E' una jeep con tre persone a bordo, sono Pukhtum un'etnia "guerriera" che vive tra l'Afganistan del sud e la parte nord ovest del Pakistan. Uno di loro, in spalla, ha un vistoso mitragliatore. I ricordi sono un po' velati dal tempo passato ma hanno capito presto che eravamo in panne ( o in brache di tela?) causa benzina. Sembrano tranquilli e curiosi, facciamo un giro di sigarette ed Amalie presta la cuffia del walkman ad uno di loro ( Pink Floyd?) In breve veniamo invitati a salire sulla jeep, la Vespa viene ancorata dietro. Noi ringraziamo... Tra parole, risate e discorsi ad alta voce che non comprendiamo la jeep lascia la strada principale e si insinua par sterrati in mezzo al deserto. Che succede? Stiamo scomparendo? L'agitazione non manca. Si entra in un villaggio di casette di legno, fango e sassi fortificato da un muro di cinta, è una specie di fortino. Ecco cosa erano quelle cinture bianche e marroni che ogni tanto si vedevano dall'alto.
Ci portano in una stanza ( casa) più grande delle altre, ci sono diversi uomini seduti sui tappeti vicino al narghilè ed uno che sembra essere il capo. A quel punto c'era poco da fare e penso cosa provare a dire. In una frazione di secondo realizzo che certe volte è meglio andare incontro al pericolo che sfuggirlo. Mi faccio dare il passaporto ed i soldi da Amelie, ci metto sopra i miei assieme al mio di passaporto e porgo il tutto al capo del villaggio cercando di motivare che cosi' mi sarei sentito più tranquillo avendo piena fiducia in lui. Amelie, intanto ringraziava per l'aiuto e l'ospitalità con sorrisi ed un mix di anglo-franco-afgano. Ci hanno fatto mangiare, dato un letto di paglia e la mattina dopo ci hanno accompagnato a Peshawar con la Vespa ancora legata sulla jeep. Ci siamo sdebitati con abbracci, strette di mano e 4/5 cassette di musica pop. Quando passavano a Peshawar con mitra e bandoliere, tutti cedevano il passo e si spostavano, i pochi poliziotti pachistani ( con le loro divise di fantasia, mai una intera, chi aveva una cosa chi un'altra) si dileguavano all'istante. Le tre regole (sacre) di quell'etnia, che non riconosceva nè l'influenza del governo afgano nè quella del governo pachistano, sono: ospitalità, vendetta e diritto d'asilo. Con noi, la prima, è stata ampiamente documentata. "O tempora o mores!"
Peshawar è una città affascinante, tutto gira intorno a Chawk Yadgar, la piazza principale, il clima è di tipo monsonico, a volte piove in modo violento. Nella parte nord occidentale si vede la catena dell' Indu Kush e poi il Karakoran e l 'Himalaya.
Attraverso la lente dei ricordi vedo immagini di donne, bambini, uomini, paesaggi, mercati, lana, coperte, tappeti, bellezza e dignità di gente semplice. I ricordi (di questo viaggio) resteranno impressi nella carta della memoria. La strada principale di Peshawar, oltre ai negozi, bazar e bugigattoli (che vendono di tutto dalla frutta alle vecchie armi da fuoco) è una lunga teoria di farmacie, ce ne sono tantissime, una dietro l'altra con il banco sulla strada ed il registratore di cassa. Fanno, anche, da change money e vendono le pastiglie di morfina della tedesca Merck ( 33milligrammi detti, appunto, Peshawar). I junkies attopati nei vari alberghi le squagliano nell'acqua... Ne hanno bisogno ed allora restano vicini...alla fonte.
Vabbè, ma queste non sono cose che ci riguardano.
Troviamo alloggio nel leggendario Rainbow Hotel ( già ne ha parlato Jack Kerouac ). Per arrivarci i bisogna attraversare un grande sfasciacarrozze e rottamazioni varie, gli scarichi di olio esausto a terra formano pozze e pozzanghere, gli effluvi si sentono dalle finestre. All'ingresso dell'Hotel ci sono ancora gli affreschi ed i disegni di Ginsberg. Pare che quasi tutti i poeti della beat generation americana abbiano alloggiato qui. Insomma, un posto storico come il Crown di Old Delhi. Prendiamo una stanza al quinto piano ( senza acensore, ovviamente, ma le camere sono migliori). Incredibile ma vero nella nostra stanza, appesa al muro, c'è una cassettina di legno con sportelletto di vetro: dentro un vaschetta con laccio emostatico, un antico siringone di vetro e metallo ed altro. Non ho parole, souvenir di tempi andati? Gli ospiti dell'Hotel sono viaggiatori, hippies americani, qualche medico pachistano e junkies. Facciamo amicizia con Sem (medico in viaggio per Istambul e per l'Europa) e con Josè. Josè è un incredibile junkie suddamericano, ospite fisso dell'albergo, che si procura i soldi facendo il tatuatore. Verso le sei di sera, quando il clima è più mite, scende lentamente dalla sua stanza e va al suo tavolo al ristorante. Fuori c'è già la fila di pachistani che voglione un tatuaggio, il cameriere li fa entrare uno per volta. Quando Josè si stufa, fa un cenno con la mano e il cameriere li caccia tutti via. Una volta siamo andati nella sua stanza, Amelie voleva un tatuaggio. Erano le 10 di mattina ed aveva già scarabocchiato 6/7 crocette sulla parete del letto... Ho pensato che se si vuole morire è meglio farlo come Josè, vicino alla fonte, nella pace e tranquillità di un albergo di Peshawar . Molto meglio delle squallide storie e dei sordidi cessi di periferia di cui abbiamo letto tante volte.
Amelie è contenta del suo nuovo tatuaggio, Josè è veramente bravo ed ha una serie di bottigliette di bellissimi colori naturali. Personalmente ero, resto e continuo ad essere non tatuato.
Saluti al Rainbow, un tè verde al National ( altro hotel storico) e continuiamo la nostra pista. Amelie si è messa il vestito afgano antico che avevo comprato ad Herat, è coloratissima e bella. Le strade sono piene di uomini e donne che svolgono il loro lavoro, questa piccola Vespa che sguizza nel traffico formicolante è quasi un'attrazione. Bisogna stare attenti, i pachistani con i veicoli a motore sono un po' pazzi e sembra che stiano sempre perdendo il controllo dei loro mezzi. Dopo circa mezz'ora dentro quella colorata folle folla molliamo le ancore per Rawalpindi e poi Lahore. Dopo Peshawar, da sud-sud est ci dirigiamo, repentinamente, verso sud-sud; in una manciata di chilometri la temperatura cambia in un modo inimmagginabile, il caldo è opprimente, soffocante e sembra di respirare attraverso uno straccio bagnato. All' inizio la tensione è forte, poi ci si abitua. Ci fermiamo, Amelie si toglie il vestito afgano e si mette il pigiama di cotone arrotolato sulle gambe, io mi tolgo la camicia e resto con i bermuda, anche le ciabatte ho appeso al gancio della sella. Amelie, quando si toglie la maglietta, non ha un abbigliamento propiamente "islamico".
Rawalpindi e poi Lahore, continua il nostro viaggio nel passato, tradizioni e modi di essere immutate nei tempi. Viaggio di consapevolezza (e fuori dagli schemi) che aumenta con l'aumentare dei giri delle ruote della Vespa. Lungo la via, autobus scassati, bufali, capre, popolo ospitale, mercati di armi e di oppio. Il primavera, come una fantastica barca a vela cavalca le onde, cavalca la strada verso continue occasioni in un paese ( il Pakistan) davvero magico. Impressione di essere catapultati altrove e dentro noi stessi.
Il caldo e le sollecitazioni stradali mettono a dura prova la Vespa ma si dimostra sempre versatile nelle strade di montagna o in quelle dissestate. Il motore regge ed è arrivato in India con pochissime riparazioni ( mirabile la "fabbricazione" del collettore di scarico da parte di un artigiano saldatore, ha fatto il calco e l'ha costruito). Qualche piccola ammaccatura dovuta a piccole collisioni.
Nell' hotel di Lahore abbiamo rincontrato gli hippies del Magic Bus che tornavano indietro. C'erano quasi tutti, baci, abbracci ed i complimenti di prammatica a noi ed alla Vespa. Racconti, consigli e risate, specialmente quando gli ho raccontato che in Pachistan mi volevano comprare Amelie. Lei ha risposto, tra il serio ed il faceto che stavo per farlo...
Eccoci alla frontiera pachistana -indiana a Wagah. I controlli doganali in uscita dal Pakistan non sono accurati e passiomo facile, altra cosa sarà in quella indiana. Attraversiamo il miglio della "terra di nessuno", gli altoparlanti mandano preghiere e letture del Corano da una parte e musica indiana dall'altra. Si entra attraverso un grande arco con sopra scritta una sola parola: INDIA. La frontiera è enorme, è un immenso teatro di archi, case, edifici e terrazze. Un grosso cartello dice più o meno: Benvenuti in India, la più grande democrazia del mondo. Canali d'acqua corrono lungo il ciglio delle strade, famiglie che fanno pic-nic, bambini, schizzi di fango, uomini al lavoro, donne velate, sari. Camions ed elefanti. Mi fanno impressione due file parallele, di circa trecento metri l'una, di uomini immobili, seminudi e miserabili che si passono l'un l'altro cose che devono essere caricate e scaricate da camions o trainate da elefanti. Visione che mi ha profondamente rattristato. Questo in breve l'impatto.
Ed ora veniamo a noi, il vostro scrivano ed Amelie. Faccio una piccolissima digressione (o premessa ?) che può essere utile per comprendere il grado di severità dei controlli indiani al tempo di cui parlo. Dunque, in un famosissimo (a quel tempo) book di viaggio, il mitico e mai eguagliato "Viaggio all'Eden "( vero vademecum scritto da chi veramente aveva visto quello che scriveva) c'era scritto che alla frontiera indiana c'era una donna ( non tutti i giorni) che solo guardandoti negli occhi capiva se avevi qualcosa da nacondere. In questo caso faceva controllare al "microscopio" il tuo bagaglio e ti portava in una stanza dove uno o due impiegati ti facevono spogliare (letteralmente) nudo per un controllo corporale. A Roma, chi c'era stato diceva che era vero quanto scritto e che quella donna non sbagliava mai. Forse oggi non ci sarà, speravo. Vi ricordate dei turchesi e delle rupie indiane, vero? Fine della premessa.
In un certo senso noi eravamo privilegiati perchè non siamo entrati con gli autobus (super controllati quando si scende) od in macchina costretta alla fila.Con la vespetta non ci siamo fermati come le macchine e ce ne siamo andati, per conto nostro in mezzo a quella bolgia infernale, di gente, cose, animali, lavori. Avevo più o meno un piano e l'ho messo in atto, con la Vespa a passo d'uomo Amelie ha posato in terra, con non chalance, un umile sacco rappezzato con stoffe afgane contenente oltre un po' di panni sporchi anche le rupie indiane e gli 80 turchesi di Mashad. In mezzo a quel casino di cose e stracci faceva parte della coreografia e non dava assolutamente all'occhio. Poi, male che va...è sempre meglio di venire "arrestati" o respinti. Parcheggiamo la Vespa, con (esteriore) tranquillità proprio davanti alla dogana ed entriamo negli uffici.
Siamo dentro il grosso stanzone del controllo passaporti, ci mettiamo nella fila degli stranieri per il controllo dei documenti, visto di ingresso, patente internazionale, vaccinazioni ed altro .Le formalità doganali sono complesse, un sacco di timbri, tanta gente, confusione, tutti parlano ad alta voce. Amelie è un paio di persone davanti a me, controlli lentissimi, burocrazia ed odore dell'India. Ad un certo punto si "materializza "una donna con un sari colorato. Cazzarola, è lei, ha uno sguardo magnetico e mi scruta con occhi scuri ed interrogativi. Il modo di fare è calmo e regale, ha forza ma non foga, le mani sottili ed una grossa medaglia. Lo sguardo trionfante è quasi trasfigurato mentre gli occhi brilano. How are You ? Molte domande. Da dove vieni? La donna col sari mi scruta mentre rispondo, l'umidità è soffocante e mi sento dentro un film.
Hai rupie indiane? Droga? No, solo dollari americani ed una moto con carnet de passage, rispondo. Ma evidentemente il raggio di quegli occhi fiammeggianti penetra in modo fulminante e beffardo. Una parvenza di sorriso ed eccomi sistemato: devo entrare nella stanza della perquisizione. Due uomini, aprono tutto il mio bagaglio e controllano tutto. Ora devono perquisire il mio corpo, mi devo spogliare. Nei Levi's ( rimessi per la dogana) salta fuori un pezzetto di fumo. Hai solo questo? Si certo, è rimasto in tasca per caso. Sorridono, non gli importa niente e lo rimettono nel taschino .Devono perquisire il mio corpo, apri e chiudi le gambe eccetera .Esco dalla stanza, la donna è seduta (al timone?) , la sua luce diventa parola, il gesto è ieratico, posso scendere (dalla prua?) ed andare. Fuori Amelie aveva aggiunto il sacco "afgano" al suo bagaglio.
Una fila di case di mattoni seccati al sole ci accompagnano verso l'ingresso in India.
Eccoci ad Amritsar, la prima città indiana di una certa importanza. Si sente subito la differenza tra la gravità e la disciplina islamico-pachiistana ed il liberismo laico di Amritsar. Qui musulmani ed indù vivono felicemente insieme. M Amritsar non è ( come religione ) nè indù nè musulmana.E' una città Sikh (65% della popolazione). C'è un dio per tutti, ricchi e poveri, senza casta, senza gerarchie, idoli od icone. E' città pragmatica. Ci dirigiamo verso il Golden Temple in mezzo all'anarchia delle strade: auto indiavolate, cani zoppi, biciclette e rickshaw, scooter con intere famiglie a bordo. Il gruppo di edifici che raccoglie il Golden Temple è chiamato Gurudwara ( gateway per il Guru). Domina tutta Amritsar con il suo tetto a cupole, le facciate, le balconate e gli stucchi bianchi. Intorno un tappeto inestricabile di bancarelle, negozi, cartelloni e marciapiedi affollati. La Vespa deve stare attenta e fare un vero slalom per non collassare in mezzo a vacche e vitelli, processioni e matrimoni. Fermiamo la Vespa, diamo una rupia a due ragazzini, si siedono sulla sella e giocano ridendo, forse gli daranno uno sguardo. Ci danno una sciarpa ( per i non Sikh), ci togliamo scarpe e calze e passiamo attraverso una piscina ( bisogna lavarsi i piedi). Il calore è eccessivo, i preparativi per entrare e la grande folla rendono la cosa snervante. Ma quando si entra la vista compensa il disagio. Il Golden Temple ( Tempio di Dio, per i sikh) sembra una nave svavillante al centro di una enorme distesa d'acqua. Sembra molto diverso da altri edifici o chiese. Non si sale verso un altare, le scale del G.T. portano, invece, verso il basso, verso il luogo santo. Un modo per avvicinarsi con umiltà? Un uomo ,con il turbante, la barba ed un bracciale da sikh, ci accultura dicedo che siamo tutti uguali e dobbiamo imparare a rispettare gli altri. La sua religione, ci informa, rifiuta ogni idolatria.
Usciamo, i ragazzini sono ancora sulla Vespa, Amelie gli ragala due sue magliettine ( una con la lingua dei Rolling Stones). Ritorniamo in noi e continuiamo la strada per Delhi. Prima un viale di eucalipti, poi verde, campi di riso e di orzo e parecchi bovini e capre. Ad un certo punto, c'è un'interruzione. Superiamo "agili" la file ed arriviamo all'ingorgo. Trattasi di posto di blocco, un controllo di polizia. Ci avviciniamo a passo d'uomo, salutiamo, non ci fermiamo e prima che realizzino siamo già passati. Amelie si gira con le mani giunte all'altezza della fronte.
Durante una pausa, per far respirare la Vespa e bagnarla ad una fontana, ci viene incontro una famiglia, ci guarda e ci saluta. Amelie da delle caramelle ai bimbetti ed io offro una delle mie ultime Marlboro pachistane all'uomo. Ci versano del tè nero da un termos di plastica, io lo bevo per la cacarella c'è sempre tempo.
Rifletto che qualsiasi grado di sentimento umano è in intima relazione con quello più alto e quello più basso, tocca alla nostra logica e sensibilità (come dice Eliot) adattarli.
Dopo questa osservazione mi rollo una canna pensando al viaggio che si sta espandendo.
Ludhiara, Karmal e finalmente Delhi. La nostra direzione è il mitico Crown Hotel a Old Delhi, vicino alla stazione ferroviaria. La Vespa ha la frizione incollata, ma siamo arrivati, ci penseremo domani. La prima immagine di Old Delhi è di grande degrado ambientale, rumori di clacson, traffico assordante, mare di folla brulicante, vicoli caotici , odori di ogni tipo, incantatori di serpenti, odori di cibi speziati e piccanti, incensi, bestiame, asini e carretti, grida, gesti, urina. La povertà è tanta. La polvere ed il sudore ci avvolge. Il cervello assorbe tutti i dettagli e la percezione sensoriale si stampa nella memoria. Tutto è sporco, scarichi e fumo nero, esalazioni. Il pomeriggio è molto caldo e non vediamo l'ora di trovare il Crown. Legioni di bambini mendicanti chiedono l'elemosina. Una coltre di smog ci sovrasta, un velo opaco offusca l'attenzione degli Dei. Ci fermiamo per chiedere informazioni e bere un succo di mango. Sconvolti, guru, baba chilom, donne con bambini in braccio si appellano al senso di pietà: baksheeh baba rupia chapatti. La povertà sino ad allora la vedevo solo in televisione e non via satellite (ancora non c'erano). Impressionante, sotto il peso della moltitudine la compassione sembra sparita. Come dicono i Veda, un uomo può diventare un Dio ma non sfuggire alle regole delle caste.
Non mi dilungherò più in tali descrizioni, tutti le conoscono e trentacinque anni fa erano molto peggio. E' inutile dilatarle, questo resta il significato.
Troviamo Chandni Chowk, strada pricipale di un vecchio quartiere, ecco il Crown Hotel...
Ci distinguiamo un po' dai soliti clienti e ci danno una delle stanze migliori al terzo piano, sotto la terrazza. L' hotel è il luogo preferito dai viaggiatori con pochi soldi, ci sono hippies e freacs, junkies francesi, drogati dall'aria spiritata e facce scandinave. Il Crown è fatiscente e sporco, una scala lunga e ripida sale i tre piani, stanze con lucchetti alle porte e molti tossici. Sulla terrazza è pieno di scimmie e si domina la città vecchia. Si vedono i templi indù e le moschee musulmane, i cavalli, i ricksciò e le molto rispettate mucche sacre. Nelle stanze del terzo piano c'è pure il ventilatore. Si va avanti a fumo, succhi di frutta nel ghiaccio, banane e tè al latte. L'atmosfera è magica e tutti sembrano alla ricerca di qualcosa. Il caldo è soffocante mentre in terrazza chiacchieriamo con un bel gruppo di hippies calforniani.
Ogni tanto la polizia indiana irrompe nell' albergo, il baba riesce spesso ad avvisare quei clienti che avendo qualcosa da nascondere lo vanno a fare in terrazza. Qualcuno, ad esempio, possiede un chilo di afgano che essendo" frizzantino" e meno pesante rispetto all'indiano, è molto richiesto. Una tola ( circa 13 gramm) costa un dollaro ( 9 rupie circa.). Con tale somma si può dormire in albergo e mangiare per un giorno. Nelle campagne fuori Herat un chilo si "fabbricava" in circa 4 ore e costava 20 dollari.
Una scimmia ha rubato una camicia che Amelie che, assieme ad altri panni, aveva messo ad asciugare in terrazza. L'ho inseguita per i tetti ma nulla da fare, ha vinto lei e, in salvo, si burlava di me gridando e digrignando i denti. Ho conosciuto due torinesi,che avevo incontrato più avanti, sembravano per bene ed un po' fighetti con i loro maglioncini di cachemire che la sera mettevano sulle spalle. Quando ho lasciato il Crown passavano tutto il tempo a cercarsi le vene . L'india come schiavitù.
La Vespa è stata riparata senza difficoltà, evviva l'estrattore universale. Ho ancora un pacco frizione di scorta. Al manager dell'albergo piacciono molto i miei turchesi persiani e vuole comprarli . Niente da fare, gliene regalo uno se mi accompagna in qualche gioielleria di Connougth place a New Delhi. Amelie si fa un giretto in Vespa e noi andiamo con un cazzillo a tre ruote a fare la trattativa.
Ci dirigiamo a Connaugth Place, la piazza più elegante di New Delhi. Al centro c'è una collinetta con sopra un bel bar all'aperto (ottimi i gelati in coppa di metallo e cialda croccante), ai lati negozi eleganti, banche, discoteche, la sede dell'Amex etc. Tutto diverso da Chadni Chaws. In una strada che costeggia il lussuso Hotel Imperator entriamo in un atelier di creazioni di gioielli. L'ingresso è un'oasi di cuscini candele e musica. Ci riceve una donna con un sari coloratissimo, intorno commessi e nelle stanze accanto artigiani. In breve il mio amico del Crown dice che ho dei purissimi turchesi di Mashad che vorrei far stimare e forse vendere. La donna ci offre il tè con untuosi biscottini e comincia una lunga ed estenuante trattativa. Anche se i turchesi non sono tutti uguali si chiude in blocco a 9 dollari l'uno , 720 dollari. E' una cifra, sono circa 450.000 del '74. Mi sento ricco.
Me ne vado a spasso per Delhi quando noto una persona che desta la mia attenzione, non mi sembra una dei soliti santoni di cui le strade sono piene. Gli abiti o meglio le vesti sono dimesse, è a piedi nudi ma ha una grande forza magnetica ed uno sguardo chiaro e perforante. Al suo passaggio, gli indiani gli cedono la strada ed accennano piccoli inchini e segni delle mani congiunte. Chi sarà questo Carneade? Sono curioso, mi sembra differente da tutti gli altri. Gli sorrido e lo saluto. Mi guarda e mi sembro trasparente, l'impressione è quella di vedermi dentro uno specchio. E' gentile, mi sorride e cominciamo a camminare insieme. Parliamo e, anche se non capisco, comprendo quello che dice. Si ferma di fronte ad un venditore che, per terra, aveva del formaggio su delle foglie ( credo di eucalipto). Ne prende due pezzi, faccio il gesto di pagare ma mi stoppa con un segno della mano. Non paga. La cosa mi incuriosisce sempre di più ed andiamo avanti. Vedendolo scalzo gli do dei zoccoli olandesi che avevo nella sacca. Ci cammina un po' ma gli fanno male ai piedi, li toglie e continua scalzo. Li regaliamo. Per strada prendiamo un mango squash (o come si dice) ed un caschetto di banane. Nessuno vuole soldi da lui. Stupefacente!
Devo cambiare una banconota da 20 dollari, non ho nemmeno un paisa in tasca. Domenica le banche sono chiuse ed anche i Fruits (grosso mercato con buoni "tassi" di cambio). Lui sa come fare, andiamo a far cambiare la moneta all' Hotel Imperator , al tempo il più elegante di Delhi, tutto rosa e oro. E' proprio qui vicino. Entrando nessun problema (nonostante il mio modesto abbigliamento), ci aprono la porta con saluti e deferenza. Sicuramente non per me. Si siede su una poltrona e vado alla cassa a cambiare i 20 dollari. Finita l'operazione lo guardo per uscire. Niente da fare mi invita a seguirlo nella sala ristorante del grande albergo. Provo a spiegare che con 20 dollari non ci daranno nemmeno un tè. Tempo perso, arrivano i camerieri, ci servono e mangiamo. A parte la mia parziale incoscenza qualcosa che non riesco a capire mi da lo stesso sicurezza. Ottimo pranzo e servizio di lusso. Forse avete già capito, anche qui, come dal formaggiaio e dal venditore di banane, non abbiamo pagato e siamo usciti con gli inchini . Il personaggio, ma l'ho scoperto qualche giorno più tardi era un famoso Sadhu di un monastero di Bombay, Un vescovo, un santo? Mi dice che per andare con lui devo mettermi un cerchietto al lobo sinistro dell'orecchio. Lo faremo, poi ve lo racconto. Questa era l'India.
Mercato di Chandni Chowk ( Old Delhi) ci fermiamo in un'officina all'aperto che lavora il ferro e vari metalli. Un uomo grande e grosso con una mazza picchia una specie di pentolone. Il sadhu gli dice due parole e lui, dopo aver riscaldato sul fuoco uno spillone, mi fora il lobo sinistro lasciando attaccato all'orecchio un nastrino di seta. Poi crea, con maestria, un cerchietto di argento con chiusura. Ecco, sono a posto con il mio orecchino.
A pensarci ora, quando feci ritorno a casa con quell'orecchino tutti ti guardavano e ti additavano. La cosa ( per i maschi) era del tutto desueta. Ora lo portano tutti. Potenza delle mode. Ricordo che tornai d'estate ed i miei erano in villeggiatura, li raggiunsi a Rimini con questo orecchino. Mio padre tolse il saluto ad un coglione bauscia che si era permesso una battuta.
I gentilissimi lettori vogliano scusare se questo modo di raccontare è fatto di "tessere" ma sono sicuro che riunite insieme completeranno il mosaico del viaggio di cui si parla.
Ormai , anche Amelie conosce il Sadhu e spesso siamo in compagnia, a volte uscendo dall'Hotel lo troviamo che ci aspetta, comunque lo sappiamo subito perchè veniamo sempre avvertiti dal baba del Crown. Tutti li dentro conoscono la nostra amicizia, la leggerezza che sostiene i suoi passi ed il cristallo impalpabile che lo circonda. La sua profonda solennità è fatta di pace, serenità e dolcezza. Anche lo sguardo più cupo si abbassa, sembra avvolto in una vibrazione di luce.
Comincia a rifarmi male il dorso del piede ed avverto una leggera zoppia. Potrebbe tornare l'infezione, devo stare più attento. Un medico ci spalma sopra qualcosa, mi ordina di non camminare più con i sandali infradito e mettere una pomata ed un'altra cosa per un po' di giorni. Meno male che c'è Amelie...
Per la cronaca ho tempo per rimettere in sesto il vespino: grasso, olio, carburazione, serraggio , registrazioni, gomme e freni. Se non fosse un due tempi direi che la messa in fase è perfetta. Mi diverto , molti vengono a guardare la Vespa a zampe all'aria mentre lavoro con tutti i ferri sparpagliati per terra, il recipiente della nafta e quello della benzina con il pennello dentro. Restano increduli ed il loro pensiero, in un attimo, abbraccia tutta la strada che ha percorso. Vera Vespa feconda che ha partorito e divorato migliaia di chilometri.
Per festeggiare la vendita dei turchesi decidiamo di andare da Wimpy's, è una catena bar/pub svizzera dove, dopo le 18, si può bere birra estera e liquori. Il locale ha l'aria condizionata ed è elegante, tavoli tondi e musica occidentale di sottofondo, atmosfera simpatica, vere sigarette che ti portano al tavolo con il pacchetto elegantemente aperto. Ricordo che il Wimpy a Coira in Svizzera usava lo stesso sistema per "vendere" le sigarette. I prezzi sono alti. Ci sono diversi bevitori professionisti e ragazzi e ragazze indiane di elevata classe sociale. Sembrano studenti universitari e le ragazze sono tutte belle. Amelie nel suo abitino nero da donna è molto elegante e curata . Mi sono fatto due zampironi mentre aspettavo che si preparasse. Comunque...très chic. Iniziamo con un paio di Tuborg e poi, appena entrati in "coppia", sotto con i cocktail specialistici. Bella serata; leggermente squinternati, un mototaxi ci ha portato a Connaugth Place dove una sgargiante insegna, richiamandoci, ci ha fatto entrare in una discoteca.
Ad Old Delhi, nonostante lo sporco sembra di essere dentro un cerchio magico. Tutti anche i poveri, gli storpi ed i miserabili hanno uno sguardo sostanzialmente buono. L'impressione è quella del fatalismo.
Il Sadhu deve tornare a Bombay e lo accompagniamo alla stazione. Quando è salito sul treno tre australiani rozzi, con cappellone tipo cowboys, che avevano occupato tutto lo scompartimento con borsoni e gambe stese sui sedili, prontamente si sono ricomposti e fatto spazio.
Addio Sadhu alto e magro con i lunghi capelli annodati e l'aria dolce e distaccata! Dal finestrino ci saluta con gli occhi simili ad un lago immobile e profondo.
Amelie ed io ci rechiamo al consolato nepalese per ritirare il visto, dovrebbe essere pronto. Poi continueremo il nostro cammino e la nostra avventura.
N.D.A. (Nota dell'autore)
Al tempo di cui si parla non esistevano le macchinette digitali e la mia Yashica era troppo ingombrante.
Vedrò, se in qualche vecchio scatolone, trovo qualcosa.
La migliore fotografia, per me, resta quella che rimane impressa sulla pellicola della memoria ( finchè tiene ).
Ne approfitto per invitare il lettore intelligente a considerare questo racconto per quello che è: una semplice striscia di vernice lasciata da un pennello.
Una breve testimonianza scritta usando il canale della disinvoltura e della semplicità. Una serie di emozioni e parole recuperate nello storage del ricordo ed unite da un sottile filo logico.
Il viaggio diventa una vera catarsi: Delhi, Mathura, Agra, Kampur, Hallahabad, Varanasi (Benares), Patna, Raxaul attraversando tutta la valle del Gange. Qui sono cadute in cielo le quattro gocce del nettare dell'immortalità rubato dall'Aquila Reale figlia di Indra.
Dopo circa 200 chilometri arriviamo ad Agra; la strada è molto trafficata ed ha il fondo rovinato a causa delle pioggie monsoniche. La regione cambia e si passa al verde tropicale e lussureggiante. Andiamo al Taj Mahal, uno dei monumenti più famosi al mondo. Al centro di una vasta pianura il mausoleo di marmo bianco è veramente colossale e fluttuante nell'aria. Veramente stupefacente. Fu fattto costruire dall'imperatore Shah Jahan in ricordo della moglie morta, Mumtaz Mahal. Pare che prima di morire lei gli disse: "In mia memoria quando non ci sarò più costruisci un mausoleo grande come il tuo amore per me". In 22 anni fu costruito, appunto il Taj Mahal. Insomma è il monumento dedicato all'amore eterno.
Siamo a Varanasi (Benares), la città di Shiva sulle sponde del Gange. Antichissima, 500 A.C. E' l'ombelico del mondo, bella e terribile. Caos, dedali di stradine, barcaioli, pregnanti odori di incenso, venditori ambulanti, miserabili, fiumana di gente, vacche immobili in mezzo alla strada, confusione, rickshaw sbilenchi, fogne a cielo aperto e liquami. Cremazione e cadaveri. Mosche ed insetti famelici mangiano il miele funebre rimasto attaccato agli stracci. Ovunque spettacoli mistici, luci, suoni.
I pellegrini si bagnano nel Gange per purificare la loro anima. Chi muore nella città sacra di Benares sarà sottratto alla ruota delle rinascite e guadagnerà subito il paradiso. C'è chi si immerge, chi fa abluzioni, chi guarda immobile nel vuoto, chi lava i panni, chi fa yoga, i ragazzini giocano, e poi gli animali, vacche, cani, capre, asini. Scorre come in un film lo spettacolo della vita.
L'acqua del grande fiume è di un colore scuro ed è inquinatissima perchè tutto raccoglie, sembra che sia sparito l'ossigeno.
Per la cremazione i cadaveri vengono avvolti da sudari di vario colore (uomo, donna, vecchi) e messi sulla riva in attesa di un rogo libero. Dopo la cremazione le ceneri vengono sparse nelle acque.
Solo i puri ( sadhu, bambini appena nati, donne gravide e, sembra strano, vittime del vaiolo e dei morsi di serpente) sono esentati dalle fiamme della cremazione. Vengono sepolti o buttati nel Gange con addosso una corona di fiori.
Benares è veramente, come si dice, il cuore spirituale dell'India. Tutti i simboli dell'induismo sono rappresentati. L'amore carnale che hanno per questo fiume per me è inspiegabile.
Amelie osserva attonita e, con gli occhi sgranati, scrive sul suo quaderno. Ce ne andiamo, l'ultima immagine sono i fumi tossici che si alzano nell'aria ed il cielo dove orbitano gli avvoltoi.
Lasciamo la sacralità del fiume e partiamo. Lungo il cammino che ci porterà a Patna ( nella riva meridionale del Gange nello stato di Bihar), moltissimi villaggi, ogni aspetto della vita quotidiana è pervaso da religiosità qualunque sia la fede. Una quotidianità che sembra appartenere ad altri tempi. Ci fermiamo poco, giusto il tempo di andare a vedere Patna City e di fare una puntata veloce all'aeroporto per comprare delle birre. Si continua, la vespetta è in forma e scorre liscia e grintosa in mezzo a quel fermento di umanità, labirinti di strade e stradine, attraversa fiumi e si inerpica su vie dissestate e fa lo slalom in mezzo al traffico anarchico. In tutti questi chilometri percorsi si è sempre comportata bene, nel suolo montagnoso, quando la strada sale, nelle lande desolate, nella vegetazione elegante e nelle morbide colline. Devo ammettere che ho riservato a quell'inossidabile 125 Primavera un trattamento degno di quello che si usa per i migliori purosangue o per trottatori all'altezza di Varenne. Ad ogni sosta è stata "rincuorata" con controlli, riparazioni e con la massima attenzione su tutto. Se c'era da saldare, aggiustare o migliorare qualcosa lo si è sempre fatto. Tutto il tempo impegnato (anche quando avrei voluto fare altro) è stato ben speso. Se avevo il minimo dubbio non si partiva fino a semaforo verde. Il trattamento pare abbia dato (almeno per ora) risultati di successo, siamo arrivati ad un passo dal Nepal, Kathmandù e ( perché no) il monte Everest sono molto vicini.
In mezzo a panorami da favola arriviamo in un villaggio dove è giorno di mercato, compriamo penne e quaderni da regalare a dei bambini che tornano da scuola, ci accompagnano festosi fin dentro il villaggio. Amelie è scesa ed a turno ne carico tre alla volta, uno in piedi sulla pedana della Vespa. I parenti degli scolaretti ci offrono una minestra di lenticchie e riso con spezie e poi sottaceti e patate bollite condite con cipolla Un piatto per la festa. Siamo incantati, è stata una delle più belle esperienze.
Dopo Patna non si può procedere oltre, la strada e tutto intorno è completamente allagata dal monsone. C'è una grossa chiatta che carica mezzi e persone per farli passare dall'altra parte. Aspettiamo il nostro turno e ci "inbarchiamo". Siamo gli unici stranieri ( dopo Benares tutti spariscono e prendono treno o aerei) su quell'improvvisato imbarcadero, ci sorridono tutti e ci guardano come alieni. Amelie seduta sulla Vespa, siamo tutti appiccicati, tira fuor un paio di birre di lusso ( quelle prese all'aeroporto) e facciamo un brindisi a noi, alla Vespa ed ai mille contrasti e sfaccettature di questo grande e magico paese che stiamo per lasciare. |
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verbena
VOL's Maniac

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09 Mag 2008 - 22:38 |
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Dopo circa tre chilometri dal confine indiano settentrionale di Rexaul arriamo a Birguny in Nepal. E' una cittadina sosta per viaggiatori prima di raggiungere Kathmandu. Siamo nel regno himalayano situato tra l'India e la Cina, tra tolleranza e diversità. Inizia una stradetta con corsia a pavimentazione o corsia di polvere, fango e buche. La Vespa ne risente e non superiamo i 40 all'ora. Ora da circa 500 metri sul livello del mare bisogna salire a 2.500 metri, sempre in seconda e (qualche volta) terza marcia ed affrontiamo curve e solitudine, l'ultimo | | | | |