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SP233

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Inviato da Lorenzo205 14 Set 2006 - 11:12

SP233

Godo del sottile perverso piacere di questa vendetta postuma, consumata inaspettatamente, in piena notte. ....

 



SP233


Godo del sottile perverso piacere di questa vendetta postuma, consumata inaspettatamente, in piena notte. Mi sembra di riuscire quasi ad udire l’impercettibile stillicidio dei microscopici schianti. Decine di zanzare stanno andando a spiaccicarsi sul piccolo parabrezza del mio PX mentre percorro la "Varesina" nel tratto che passa accanto al Parco delle Groane, ma nonostante questo quelli che mi scuotono non sono brividi di goduria, ma di frescura. Una benedizione dopo i trenta appiccicosi gradi della serata appena trascorsa a Milano. Più che una vendetta la mia è una rappresaglia. Non faccio prigionieri. Per ogni bastardissima zanzara che mi ha punto mentre tiravo tardi in questa sera di luglio a bordo vasca del funtanun di Piazza Castello, ora ne avrò schiantate almeno dieci volte tante. Senza rallentare tiro dritto ad un semaforo che lampeggia giallo nella notte, un semaforo sopravvissuto al rigoglioso fiorire di rotonde che imperversa sia su questa SP233 come su altre gloriose strade provinciali. Quando mi capita di arrivare in questo tratto di strada di notte, provo un po' la sensazione che potrei provare entrando nell’acqua, tanto l’aria si fa improvvisamente più fresca.


Una puttana di colore, fasciata in un abito aderente rosa fucsia, con i capelli stirati e colorati da bionda svedese, mi appare come un miraggio notturno nel cono di luce di un lampione isolato. Non posso esimermi dal rallentare per godermi lo spettacolo, ma cerco di farlo nel modo più discreto. Ha due tette enormi strizzate in un vestito troppo stretto. Con la sua esperienza intuisce le mie intenzioni: fa un passo verso la strada, mi sorride e si porta due dita alla bocca mimando di soffiarmi un bacio. Con l’altra mano si prende il bordo della ridottissima sottana e la solleva di colpo, protendendo in avanti il bacino, mettendo in bella mostra una lunga appendice d’ebano che le pende tra le gambe... anzi, a questo punto è meglio dire che “gli” pende tra le gambe! Gli sfilo accanto lentamente ed a fatica riesco a distogliere il mio sguardo sbigottito da quella sorprendente novità! Dice qualcosa di incomprensibile per poi scoppiare in una risata sguaiata, continuando a gridare cose che non comprendo. Accelero andandomene il più velocemente possibile, spiazzato da quell'inatteso colpo di scena. Mi allontano dal lampione e sono subito inghiottito da quella che ora apprezzo come una rassicurante oscurità, solo parzialmente rischiarata dall'incerta luce del fanale della mia Vespa.


E’ notte fonda, ma con questo caldo la voglia di andare a letto per rigirarsi sudando nelle lenzuola è ai minimi termini. Mi attardo in cucina nonostante io sappia perfettamente che la sveglia suonerà tra poco più di tre ore. La finestra è spalancata ma non gira un filo d'aria. Solo il rumore di qualche rara automobile che sfreccia indisturbata rompe il silenzio della notte, scandito dal tic tac di sottofondo dell'orologio appeso sopra la porta. Apro con cautela gli sportelli dei pensili, attento a non far rumore, alla ricerca di chissà che, come se non sapessi a memoria quel che contengono.


È stata una bella serata. Da casa mia ci impiego più di un'ora di Vespa per arrivare in centro a Milano, ma in questa stagione è un giretto che faccio sempre volentieri. “Ecco il tubo delle Pringles! Possibile che ne siano avanzate dall'altra sera? Si! È pieno per metà!". Me ne infilo in bocca a quattro per volta: il modo migliore per gustarle. "Mmmmh! Buone! Non sono patatine ma sono proprio buone! Anche se forse è meglio non indagare su di cosa sono fatte...". Apro il frigo e mi verso un bicchiere di latte freddo. Il gusto dolciastro del latte sulla lingua salata e impastata di Pringles mi fa impazzire. Chiudo il frigo e la cucina torna ad assopirsi nella sua quieta penombra, fiocamente illuminata dalla piccola luce incassata nella cappa sopra ai fornelli. Altre quattro Pringles e altro sorso di latte freddo e un’altra auto che sfreccia nella notte fuori dalla finestra. E non gira un filo d’aria.


Rotonda Lazzaroni. La Lazzaroni con i suoi biscotti in pratica non esiste più da anni; sopravvive la sua fama, relegata in una porzione di un capannone poco prima dell’incrocio, dove c’è rimasto uno spaccio che si fregia dell’insegna con il glorioso logo della storica azienda. Ma questa per tutti resterà per sempre la Rotonda Lazzaroni, nonostante oggigiorno l'edificio più evidente sia un grosso supermercato Esselunga.
Non ci sono auto in transito verso l'autostrada. Qui il semaforo è ancora acceso. Rosso. Mi sento un po' scemo a star fermo qui da solo senza vedere arrivare nessuno da qualsiasi strada incroci in questo punto, ma ligio al codice resto obbediente ad attendere il verde.


Consumo il mio spuntino notturno affacciato alla finestra, sperando inutilmente di scorgere un movimento nelle fronde degli alberi del viale, un segno che faccia sperare in una bava di vento caldo che almeno smuova l’aria. Niente. Nell’alone dei lampioni soltanto l’isterico svolazzare di ottuse falene.


Non sono più da solo a vagare in questo pianeta. Dritto in fondo davanti a me le luci rosse di veicoli fermi a lato strada, subito prima di un incrocio regolato da un semaforo spento che lampeggia giallo a intermittenza. Rallento. Due auto in sosta, gente che chiacchiera. Dalla sinistra arriva una luce: è una moto che mi fa un lampo col fanale e rallenta. La precedenza è mia. Faccio in tempo a vedere che è una Vespa prima di superare l’incrocio e passare oltre. Nello specchietto vedo la Vespa che svolta e mi segue prendendo la mia stessa strada. Rallento di poco e mi sposto a destra. L’altro capisce l’invito e si affianca: ci guardiamo sorridendoci. Anche la sua Vespa è un PX di vecchio tipo come il mio. Non saprei che cilindrata. È grigio metallizzato, apparentemente in buono stato per quel che posso capirne di notte, viaggiando. Il tipo è più giovane di me, con un lungo pizzetto che gli da un'aria fricchettona. Porta un casco a scodella di un colore scuro che non riesco a distinguere, con disegnate delle margherite bianche stilizzate. Dal caschetto spuntano capelli lunghi e mossi. Ha la faccia pallida forse per l’effetto della luce del contachilometri che la rischiara dal basso, sinistramente. Ha uno zainetto sulle spalle, un’ampia maglietta, pantaloni jeans e sandali, che mi confermano l'impressione freak che ho avuto all'inizio. Ho tempo di notare tutte questi particolari perché il tipo continua a viaggiarmi a fianco, alla mia stessa velocità. Continua ad osservarmi insistente, senza quasi voltarsi a guardare la strada, con un’espressione che mi suona beffarda, che non saprei definire. Rallento per
farmi sorpassare ma rallenta anche lui restandomi al fianco. “E questo che cazzo vuole?”. Non sono un tipo da gare per strada, tanto meno con gli sconosciuti. Accelero un po’ per vedere che fa... accelera anche lui ed è sempre lì, affiancato, con la testa girata a fissarmi senza guardare la strada. Non so cosa pensare: non è che mi senta minacciato ma la situazione è strana. La strada è deserta, sono tranquillo ma non al punto di fermarmi per fare conversazione e così accelero di più, allungando in avanti di qualche metro. Si vede che l'ho colto alla sprovvista perché adesso è dietro. Imposto l’entrata tranquilla in una rotonda e vedo il suo fanale avvicinarsi nello specchietto, così uscendone scalo una marcia aumentando bruscamente la velocità. Adesso è dietro... nello specchietto vedo solo la luce del suo abbagliante che ne riempie la visuale... apro tutto: ormai siamo in gara!


Pringles finite. Mi sciacquo la bocca con l’ultimo sorso di latte e ripenso al tizio in Vespa incontrato mentre tornavo a casa. Dove si sarà infilato per sparire a quel modo? Devo avere ancora nelle vene tracce di adrenalina per quell’esaltante folle corsa notturna: “Sarà per quello che adesso non ho sonno?”.


La strada è tutta nostra. Mi abbasso di poco per stare dentro la sagoma del parabrezzino e chiudo i gomiti alla ricerca della migliore impostazione di guida. Altra rotonda: piega a destra, curvone a sinistra e di nuovo piega a destra per riprendere la strada principale. Ci muoviamo all’unisono viaggiando "a trenino" praticamente alla medesima velocità. Non so lui ma io sono a chiodo, con il gas aperto a fondo corsa. Percorriamo un lungo tratto rettilineo e ce l’ho sempre dietro, in scia, sempre più vicino fino a che si allarga affiancandomi da destra e mi sorpassa. “Bastardo! A destra non vale!” penso, ma poco più avanti c’è l’ennesima rotonda e deve rallentare per impostarne la traiettoria. “Allora? Ti piace il gioco sporco? Bene!” In genere sono un tipo che viaggia tranquillo e non so bene cosa mi abbia preso... fatto sta che vedendo la strada deserta a parte noi due, arrivando alla rotonda anziché girarci attorno sulla destra la prendo contromano da sinistra. Il giro da quella parte per riprendere la provinciale è più breve e così grazie a questa mossa mi ritrovo di nuovo in testa anche se solo di qualche metro, ma sono già lanciato quando lui sta ancora uscendo dalla curva.


Non è che ho fame, è che non sono ancora soddisfatto. Passo nuovamente in rassegna il contenuto dei pensili per vedere se si materializza qualcos’altro. Nutella! Quando la mangio al volo dal vasetto la cosa migliore per me è usare un coltello da frutta, di quelli che non tagliano per intendersi. Rigiro la lama nella crema e quando ne ho raccolta abbastanza la infilo in bocca ritirando poi la lama tra le labbra strette, in modo che ne esca perfettamente ripulita. Due, tre volte, non di più perché dopo stucca. Apro sul tavolo il giornale di domenica, rimasto in giro nonostante manchi poco a vedere spuntare l’alba di mercoledì, e mi metto a sfogliarlo. Nel silenzio della notte il rumore delle pagine che girano sembra un frastuono.


Mi appiattisco più che posso lungo questo nuovo tratto rettilineo, esaltato da questa corsa fuoriprogramma, impegnato al massimo, incoscientemente incurante del rischio. Non so per lui, ma per me la gara sta per finire. Un po’ più avanti svolterò a sinistra lasciando la provinciale: per me il traguardo è quell’ultimo semaforo lampeggiante. Viaggio a cannone in mezzo alla strada, tenendomi esattamente lungo la linea bianca di mezzeria, con lui sempre dietro in scia a pochissimi centimetri, che si apre a sinistra e a destra senza decidersi a superarmi: è come se anche lui avesse capito che quel semaforo sarà il nostro traguardo. Abbasso la testa completamente, alla ricerca della massima penetrazione aerodinamica. Non guardo neanche più la strada che è deserta, dritta davanti a me. Nello specchietto lo vedo arrivare da sinistra. Ho paura che se forzo ancora un po’ la manopola del gas finirà per restarmi in mano! A testa bassa mi lancio negli ultimi metri della nostra folle corsa, certo di vederlo affiancarsi e sorpassarmi, ma io non mollo di un  millimetro. Eccomi al semaforo! “Ce l’ho fatta! Non mi ha
passato!”. Chiudo il gas rallentando decisamente per farlo affiancare. Butto un occhio allo specchietto ma non lo vedo. Mi giro. Non c’è nessuno: la strada dietro di me è deserta e l’unico segno di vita è il semaforo del nostro traguardo che lampeggia ormai lontano. Un istante fa sentivo chiaramente il rumore del suo due tempi che mi ruggiva dietro il copino e adesso non c’è più. Sparito. Penso che forse si sarà infilato da qualche parte, tra qualche casa. Peccato, dopo quella galoppata sarebbe stato bello almeno scambiarsi due parole.
Con un andatura decisamente più tranquilla percorro solitario gli ultimi chilometri fino a casa.


Durante la settimana non prendo mai il quotidiano locale perché finirei per non avere nemmeno il tempo di aprirlo. La Domenica invece lo compro sempre anche se spesso non riesco a leggermelo con calma, per bene. Ora ne sfoglio le pagine distrattamente, leggendo i titoli e cercando qualche articolo che ancora non ho letto... e mi sento una merda. Questa notte tornando verso casa ho rischiato inutilmente e stupidamente la vita e adesso leggo un titolo: “Oggi i funerali del giovane centauro di Tradate... il ragazzo di ventitré anni era deceduto giovedì scorso a causa delle ferite riportate nell’incidente con un furgone che lo ha investito mentre viaggiava in sella (ironia della sorte!) proprio di una Vespa. Poi non riesco più a leggere nient’altro. C’è una foto della scena dell’incidente. La Vespa, un PX chiaro è per terra. Accanto, sull’asfalto, un casco a scodella, scuro... decorato con delle margherite chiare. C’è anche la sua foto, una faccia sorridente e spensierata, capelli mossi e un lungo pizzetto che gli da quell’aria... fricchettona...


 


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... in pratica la versione vespistica della celebre leggenda metropolitana dell'autostoppista fantasma. Ringrazio tutti quelli che sono arrivati a leggere fino in fondo e se vi è piaciuto postatemi due righe per dirmelo, che mi fa sempre piacere. Anzi, postatemele anche se non vi è piaciuto!


                                                                               Lorenzo


 



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