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Lorenzo205

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  1. 🍾🔪🥂 una sciabolata per il nostro Gringo!
  2. siamo quasi coetanei 🙃 benvenuto!
  3. 7 agosto La mia bandiera. C'è chi la odia e chi la ama. Io faccio parte della seconda categoria. Mi sento fortunato ad essere italiano, perché nel mio piccolo, ho viaggiato un po' e mai come in Italia ho trovato bellezza, cultura, ospitalità, gioia, emozioni e sapori. Essere italiano, nel mondo, spesso è un buon biglietto da visita che ti apre tante porte. Chi c'è stato ne declama le bellezze, chi non c'è stato, sogna di andarci e ti tempesta di domande. Ho sempre avuto l'orgoglio di appartenenza. Secondo me è una cosa innata: o ce l'hai o non ce l'hai. Bisogna avere qualcosa in cui credere, per cui lottare, altrimenti la vita perde di gusto. La bandiera che vedete in foto la custodisco da anni. È una di quelle di fattura militare, fabbricata con materiale resistente, non di quelle che trovi in allegato col corriere della sera quando l'Italia gioca i mondiali. Quattro anni fa il mio amico Francesco Pellizzoni , si apprestava a volare a Boston per ambire al titolo mondiale di Powerlifting. Francesco nel suo sport ha saputo primeggiare a livello nazionale, europeo e mondiale come nessuno. Da quando era adolescente la passione per la ghisa lo ha rapito e strada facendo, con sacrificio ed abnegazione è riuscito ad ottenere risultati enormi. Lo ha fatto senza "aiutini", con sudore e costanza. Per me è un simbolo di atleta pulito da prendere come esempio e non ha nulla in meno di tutti gli atleti che vediamo in questi giorni gareggiare alle Olimpiadi . Ebbene, prima che partisse, gli diedi la mia bandiera e gli dissi: "mi piacerebbe che tu la sventolassi sul podio, perché sono sicuro che ci salirai". Lo vidi quasi commosso. Sapevo del suo attaccamento alla bandiera e sapevo di fargli cosa gradita. Era alla soglia dei 40 anni e vedeva questo evento come la fine di un'era. Francesco volò a Boston e tornò col titolo mondiale assoluto. La bandiera negli anni successivi divenne il suo amuleto portafortuna e lo seguì anche in Kentucky, in Indiana e Belgio nel 2019, dove in tutte le occasioni divenne campione del mondo. A fine stagione decise di ritirarsi dalle gare con un palmarès ineguagliabile: 70 titoli italiani, 14 europei e 9 mondiali nelle specialità squat,stacco e panca. In tutte e tre le categorie ha inoltre stabilito diversi record mondiali. Conservò la bandiera fino al giorno prima della mia partenza. Me la consegnò a Salsomaggiore e mi disse: "vai e sventolala nel cielo del Giappone, sono sicuro che ci arriverai". La bandiera era diventata pesante. Dovevo onorare la gloria e la passione con cui l'aveva custodita lui. Non sono arrivato in Giappone, ma poco importa, la mia bandiera l'ho dispiegata; anzi, adesso è la NOSTRA bandiera. E non è solo mia e sua, è di tutti noi, tutti quelli che credono in qualcosa, anche solo in se stessi. Non c'è sconfitta nel cuore di chi lotta!
  4. 6 agosto 6 Agosto: la bomba. Avrei voluto davvero entrare in Giappone, non solo per celebrare la Vespa, ma anche per ricordare quell'evento di cui oggi ricorre il 76° anniversario. La bomba su Hiroshima. Ne ho sentito parlare per la prima volta dai miei nonni, poi da ragazzino ho visto le sue conseguenze in qualche documentario sulla seconda guerra mondiale. Ancora adesso, come allora, mi si gela il sangue nel vedere quanto l'uomo può essere crudele. Avrei voluto portare un fiore in questo luogo denso di dolore, per continuare il mio percorso della memoria. La bomba, sì, la bomba. Quando esplode, nulla è più come prima. E il 6 Agosto per me è una data importante perché Brenno è entrato nella mia, nelle nostre vite. Certo, il paragone è un po' forzato, ma in un anno ci sono solo 365 giorni e le coincidenze non mancano. Ho pensato spesso a questo paragone. La bomba: che può essere simbolo di morte ma anche esplosione di una vita che nasce, che sconvolge in positivo altre vite. Auguri piccolo mio, 4 anni son volati e sembri già un ometto. Photo courtesy: Kazuhiro Tsuchida .
  5. 5 agosto Turisti a Sakhalin. Credevate che fosse tutto finito con l'arrivo a Korsakov, vero? E invece no, perché adesso ci sono mille cose da organizzare per il ritorno. Dopo un'estenuante ricerca, riusciamo a trovare un corriere che ci può rispedire la Vespa a Mosca con un camion. Dobbiamo visitarlo più volte per assicurarci che tutto vada per il meglio. Sistemata la pratica Vespa, Guido ha in programma una visita a una stazione di rifornimento del metano e ad una officina che monta impianti a gas. Il titolare ci offre di scortarci "sulla montagna" dopo le 18, una volta che avesse smontato dal lavoro. Accettiamo di buon grado e nel frattempo approfittiamo per farci dare una spuntatina ai capelli, comprare qualche souvenir e visitare i luoghi più belli di Yusno-Sakhalinsk. Nel primo pomeriggio ci dirigiamo verso nord, perché vogliamo ammirare l'oceano. Starodubskoye non è proprio un ridente paese di mare come ci aspettavamo, ma la bellezza selvaggia della foce del fiume Nayba ci conquista. Ci sono diversi pescatori che approfittano del periodo di frega dei salmoni per farne incetta. Qui non è un vero e proprio oceano aperto, in quanto le isole Curili proteggono la costa dalle mareggiate, ma comunque il fascino di poter toccare l'acqua mi fa venire la pelle d'oca. Tornati alla base, incontriamo Alexander, che ci scorta in automobile a vedere alcuni monumenti e la chiesa ortodossa, ultimata solo due anni fa. Poi, imbocchiamo una ripida strada che sale proprio dietro la città. Solo due chilometri e siamo in una vera e propria stazione sciistica, con tanto di cabinovia. Consumiamo un lauto pasto e finiamo la serata in un centro commerciale, dato che Domenico ha rotto una scarpa e ne deve comprare un paio nuove. Sono ormai in balìa di questi due manigoldi; Guido e Mimmo, che mi fanno foto a tradimento nelle pose più assurde e soprattutto mentre dormo. Ma avrò la mia vendetta, prima o poi...
  6. 4 agosto... siamo giunti ai titoli di coda: Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione E quando fu di fronte al mare si sentì un coglione Perché più in là non si poteva conquistare niente E tanta strada per vedere un sole disperato E sempre uguale e sempre come quando era partito Roberto Vecchioni, Stranamore (1978) a questo link il video conclusivo: https://fb.watch/79-pk3nCph/
  7. 3 agosto Fischio Finale. 14985 km per arrivare fin qui, sulla spiaggia di Korsakov. A ruote, impossibile andare oltre. La punta della penisola di Sakhalin dista solo 43 km dall'isola giapponese di Hokkaido. 43 km confrontati a tutta la strada fatta, sono un battito di ciglia. 43 km, quasi la distanza di una maratona; evento con cui si chiudono i giochi olimpici. In Vespa basterebbe mezz'ora per coprirli in scioltezza. Adesso mi ci vorrebbe il pattino di Alessandro Pozzi per tentare un arrembaggio al Giappone con la bandiera pirata! Ho fatto 30, non ho fatto 31, ma in cuor mio ho fatto 32. Umanamente era impossibile fare di più, sono solo un piccolo uomo e le ho provate tutte, anche al limite della legalità, per cogliere il mio obiettivo. Ogni viaggio ha la sua storia, la sua evoluzione. Questo è andato così. Non è una sconfitta, anzi...oggi abbiamo fatto la storia, seppur vespistica. Ho pensato tanto ai motivi per i quali avrei intrapreso questa avventura. Lì troverò all' arrivo, dicevo. Si sono insinuati nella mia mente strada facendo...ho sempre pensato che il viaggio di Patrignani fosse patrimonio del vespismo. Senza presunzione, lo è anche il mio. Perché la storia deve continuare. Lo consegno nelle vostre mani, fatene tesoro. Non ho memoria dell'ultimo viaggio compiuto sotto l'egida di tutto il consiglio del Vespa Club d'Italia. Per me è stato un grande onore portare alti i nostri colori, anche dove c'è gente che la Vespa, prima d'ora non l'aveva mai vista. Io sono stato un passeggero di questo viaggio. Mi sono riempito gli occhi di colori e il cuore di gioia. Ma la vera protagonista è stata lei: la Vespa! Lei è il nostro patrimonio dell'umanità. C'era prima e, se noi continueremo a celebrarla, ci sarà anche dopo, ci sarà sempre! a questo link il videomessaggio di Fabio a "fine corsa" https://fb.watch/79-gwGtwbh/
  8. 3 agosto Fischio Finale. 14985 km per arrivare fin qui, sulla spiaggia di Korsakov. A ruote, impossibile andare oltre. La punta della penisola di Sakhalin dista solo 43 km dall'isola giapponese di Hokkaido. 43 km confrontati a tutta la strada fatta, sono un battito di ciglia. 43 km, quasi la distanza di una maratona; evento con cui si chiudono i giochi olimpici. In Vespa basterebbe mezz'ora per coprirli in scioltezza. Adesso mi ci vorrebbe il pattino di Alessandro Pozzi per tentare un arrembaggio al Giappone con la bandiera pirata! Ho fatto 30, non ho fatto 31, ma in cuor mio ho fatto 32. Umanamente era impossibile fare di più, sono solo un piccolo uomo e le ho provate tutte, anche al limite della legalità, per cogliere il mio obiettivo. Ogni viaggio ha la sua storia, la sua evoluzione. Questo è andato così. Non è una sconfitta, anzi...oggi abbiamo fatto la storia, seppur vespistica. Ho pensato tanto ai motivi per i quali avrei intrapreso questa avventura. Lì troverò all' arrivo, dicevo. Si sono insinuati nella mia mente strada facendo...ho sempre pensato che il viaggio di Patrignani fosse patrimonio del vespismo. Senza presunzione, lo è anche il mio. Perché la storia deve continuare. Lo consegno nelle vostre mani, fatene tesoro. Non ho memoria dell'ultimo viaggio compiuto sotto l'egida di tutto il consiglio del Vespa Club d'Italia. Per me è stato un grande onore portare alti i nostri colori, anche dove c'è gente che la Vespa, prima d'ora non l'aveva mai vista. Io sono stato un passeggero di questo viaggio. Mi sono riempito gli occhi di colori e il cuore di gioia. Ma la vera protagonista è stata lei: la Vespa! Lei è il nostro patrimonio dell'umanità. C'era prima e, se noi continueremo a celebrarla, ci sarà anche dopo, ci sarà sempre! https://fb.watch/79-7rWdkZT/
  9. 3 agosto Minuti di recupero. Approdati a Sakhalin, dobbiamo macinare ancora 90km per arrivare al capoluogo Yusno-Sakhalinsk. La strada si inerpica e il paesaggio ricorda la Liguria. Questi luoghi d'inverno sono presi d'assalto dagli sciatori e d'estate dai vacanzieri, che trovano un oceano leggermente più temperato, dato che ad est è protetto dall'arcipelago delle Curili. Troviamo una città pulita e ordinata. Il benessere è scaturito dal ritrovamento di importanti giacimenti di gas negli anni 60, il cui sfruttamento è iniziato negli anni 90. Oggi quasi tutto il gas estratto prende la direzione di Cina e Giappone. Prima della seconda guerra mondiale questo territorio era Giappone. Oggi si percepisce ancora la sua appartenenza, non solo per le tante persone con gli occhi a mandorla, ma dai molti edifici con architettura giapponese, la cucina, tanti cartelli in doppia lingua. A dispetto di ciò, molto forte è il senso di appartenenza a madre Russia, tanto da meritare nel 1971 l'onoreficenza dell'ordine di Lenin. E tra l'altro nella piazza centrale svetta una delle sue statue più belle che abbiamo visto sin qua. La sera ci concediamo la cena in un elegante ristorante Georgiano, brindando con una bottiglia di buon vino rosso. Le nostre intenzioni per la mattina sono di andare al consolato giapponese a fare un ultimo tentativo di ottenere il visto; per Guido fare rifornimento nella stazione di gas metano più lontana dall'Italia e soprattutto cercare una lavanderia. Quest'ultima si rivela difficilissima, ma alla fine la spuntiamo noi. Arriviamo al consolato un quarto a mezzogiorno. Spieghiamo la nostra situazione in portineria e, stranamente ci fanno salire al 5° piano. Dietro una vetrata blindata, ci accoglie il console e la segreteria, che fa da interprete. Iniziamo il nostro racconto e i loro visi si illuminano di stupore. Sgranano gli occhi, increduli che noi siamo veramente arrivati fin qui via terra. Alla fine, ci ribadiscono che ottenere il visto è impossibile e noi ci consoliamo con qualche foto. Invitiamo il console a scendere per fare qualche posa coi veicoli, ma in orario di lavoro non può uscire dalla sede istituzionale. Una volta fuori, scattiamo alcune foto di "consolazione" davanti al consolato, quand'ecco che lo vedo, in sella alla sua bici da corsa! È il console Takayuki Adachi! È uscito per andare in pausa pranzo. Lo placco e lo sistemo di fianco al mio scooter. Una bella foto ricordo almeno gliel'ho strappata! Anche Domenico e Guido si sbizzarriscono a immortalare la loro automobile, mentre dalle finestre dell'edificio si sporgono alcuni impiegati per filmarci coi telefoni. Siamo diventati l'attrazione della giornata.
  10. 1 agosto Come la corazzata Potemkin. Navigazione spazio-temporale nello stretto dei Tartari. Perdiamo tempo in una teeria uzbeka a Vanino. Ci hanno detto di andare al porto alle 22...nel frattempo il locale si anima e diventa una discoteca, ma noi purtroppo ce ne dobbiamo andare . Scendiamo al porto, facciamo tutti gli incartamenti per accedere alla zona portuale, superiamo i controlli di sicurezza e arriviamo alla biglietteria. Io sono inseguito da un branco di cani inferociti. Fortunatamente stanno a distanza, ma sono pronto a scalciare coi miei stivali. Altra attesa alla biglietteria per i documenti di viaggio e il pagamento. Fatto tutto, ci avvisano che causa maltempo, la nave è appena salpata da Cholmsk e fino alla mattina seguente alle 11, la nave non approderà. Ci guardiamo in faccia e decidiamo di cercare un albergo, dato che siamo cotti dalla giornata e facevamo conto di dormire a bordo. Troviamo una topaia a soli 6€ a testa a notte. Tutto sommato non è nemmeno la fine del mondo. Con 2€ in più c'è pure la colazione. La mattina seguente, riposati e ringalluzziti, torniamo al porto. All'ingresso, stessa tiritera per registrare veicoli e passeggeri, controllo sicurezza ecc...tornati in zona biglietteria, ci informano che la nave è in ritardo (ma vá?!?! Che strano...) E arriverà nel primo pomeriggio. Aspettiamo in questo piazzale impolverato, tra camion e poche macchine. C'è un piccolo caffè dove consumiamo qualcosa e un ambiente tipo cucina-sala d'attesa a nostra disposizione. Mimmo ci fa un caffè con la moka. Aaaaahhh...dopo tanti caffè slavati, ci voleva proprio! Alle 15,30 ci chiamano per imbarcarci. Siamo gli ultimi e nel frattempo siamo diventati i "turisti italiani", ovvero l'attrazione dei passeggeri della nave. La signora che lavora al bar conferma che siamo i primi che vede da quando lavora lì. Imbarchiamo i veicoli, ma subito ci sono difficoltà per fissare a dovere la mia vespa. Pretendono 500rubli per il noleggio di una fascia a cricchetto, ma poi, rendendosi conto che era inservibile, prendo una corda e me la lego io. Adesso mi pagate voi?!?! Cmq, nervoso a parte, dopo 20 minuti, saliamo a bordo della Sakhalina VIII, varata nel 1985 e, sotto le note (penso) dell'inno della marina Russa, alle 16,30 usciamo lentamente dal porto e procediamo (sempre lentamente) per coprire i 250km di mare che ci separano dall'isola di Sakhalin. Le cuccette sono claustrofobiche, sulla nave è tutto rimasto al 1985, anche il personale di bordo. Il bar chiude alle 18 (ora di Sakhalin, però, che ha un'ora di fuso in più) quindi abbiamo solo mezz'ora per mettere qualcosa sotto i denti. Fuori dal porto la nave squassata dalle onde dell'oceano e si balla un bel po'. Ho una nausea pazzesca, ma resisto. Mangio qualcosa e alle 21 mi ritiro in cuccetta. Durante la notte il rollio aumenta Ancor di più. Dormiamo sul ponte inferiore, sulla linea di galleggiamento. Si sente tutto, anche delle forti botte, come se la chiglia urtasse contro gli scogli. Non so che origine abbiano questi rumori, ma mi spavento non poco. Alla fine ci faccio l'abitudine e mi addormento. La mattina verso le 10 salgo sul ponte superiore per fare colazione e si vede già la costa. Un ragazzo che lavora sulla nave ci spiega che è così lenta (usano un motore su 4) per contenere i costi. Ma se abbiamo pagato un biglietto carissimo!?!?! E va bè, pazienza un'altra volta. Arriviamo al porto di Cholmsk e dopo essere sbarcati, altra fila per pagare una tassa di accesso all'isola (20€) e compilare altre scartoffie. Almeno in questo caso siamo i primi...! Si alza la sbarra e andiamo verso Yusno-Sakhalinsk con un po' di malinconia. Il momento della fine del viaggio è vicino. Un sentimento misto alla gioia di poter tornare a casa e riabbracciare i miei cari.
  11. 31 luglio Due amuleti. Prima di partire per il mio viaggio ho chiesto a Franco Patrignani se poteva darmi un oggetto appartenuto a suo padre, che mi sarei portato dietro e una volta tornato, lo avrei restituito. Volevo che in qualche modo Roberto viaggiasse con me, non solo con la mente. Ebbene, la sera prima della partenza, Franco mi consegna il misurino dell'olio che il padre utilizzò durante la Milano-Tokyo del 1964. L'ultimo pieno prima del traguardo, lo userò per riempire di magia il mio serbatoio. Allo stesso modo, ho chiesto anche a Luciano Bettinelli se potesse darmi qualcosa del fratello Giorgio. A Crema il mio stupore è stato grande, quando nelle mie mani ha messo questo libro di sughero, nel quale ci sono alcune poesie scritte in età giovanile. "Se arrivi in Giappone, lo puoi tenere". Da galantuomo quale sono, lo restituirò al legittimo proprietario al mio ritorno. La sera, stanchissimo, leggevo alcuni versi e Giorgio era lì con me a fare due chiacchiere.
  12. 30 luglio Russian coast to coast. San Pietroburgo-Vanino. Dal Baltico al Pacifico. Non so quanti motociclisti possono dire di averlo fatto, di vespisti penso solo io. Non so neanche quanti italiani possano essere passati di qui. Sicuramente quelli diretti all'isola di Sakalin. Nei giorni scorsi, studiando il percorso, abbiamo notato che dopo il bivio di Lidoga, per arrivare a Vanino, c'era una strada di 340km senza la minima infrastruttura. Anche per Guido, che ha girato in lungo e in largo queste zone, era un percorso nuovo, quindi non aveva informazioni. Le abbiamo cercate su internet, in qualche blog di viaggiatori, ma niente. Siamo partiti alle 8, sapendo di dover essere al porto prima di cena, per espletare le pratiche di imbarco. Fuori da Kabarovsk la strada attraversa la campagna, poi si addentra nel bosco e infine, l'ultimo pezzo prima di Mayak è in una zona paludosa, piena di acquitrini. A Lidoga, ultimo brandello di civiltà, facciamo rifornimento, riempio le taniche e mettiamo qualcosa sotto i denti. Al distributore incontriamo un Harleysta originario all'isola di Sakalin che ci conferma: la strada è bella, ma fate attenzione perché all'improvviso ci sono tratti molto brutti. Nel frattempo ci chiamano dal porto per confermarci l'imbarco. Chiediamo anche a loro info riguardo la strada e ci confermano che l'unico segno di civilizzazione è un caffè a metà strada. Con queste premesse imbocchiamo la via che ci porterà all'oceano. Gli unici esseri umani che incontriamo sono alcuni operai stradali. Pochissime le automobili che incontreremo e ancor meno i camion. Più vado avanti e più mi convinco che le premesse purtroppo erano vere. Dopo 151 km arriviamo al caffè e facciamo una breve sosta. Ripartiamo e, pochi km dopo, in prossimità di un piccolo passo, troviamo un'allegra brigata di cicloamatori. Guido e Domenico sono travolti dalla loro simpatia, tanto che eleggono Guido a loro mascotte, facendogli indossare una maglietta. Proseguiamo sempre nel nulla per chilometri e chilometri. Il paesaggio somiglia molto al nostro Appennino. La strada effettivamente è un'alternanza di tratti scorrevoli, sterrati, pezze e buche a non finire. Anche oggi la mia buona dose di stress me la sono digerita. Alle 17 finalmente, dall'alto di una collina, scorgiamo la baia e il porto di Vanino. Gli ultimi brandelli d'asfalto scorrono pigri sotto le ruote finché non siamo di fronte all'entrata del porto. Ci sarà da aspettare un bel po'...
  13. 29 luglio Cambio di rotta. Oggi pochi chilometri per arrivare fino a Kabarovsk. L''ingresso in città è spettacolare, con l'attraversamento del fiume Amur, attraverso un lungo ponte. Questa città, importante crocevia dell'oriente russo, prende il nome dall' esploratore Erofej Pavlovich Kabarov, come già accennato in un post precedente. Stando sul lungo fiume, sull'altra sponda si possono vedere le colline in territorio cinese. Si, qui la Cina è davvero vicina! E il Giappone anche, visto che il 90% delle automobili ha la guida a destra, dato che viene dal paese del sol Levante. Guido ha concordato un pieno di metano in città, presso un carro bombolaio; dopodiché andiamo al McDonald's per accontentare Domenico (sigh) dato che è in astinenza, visto che negli ultimi 4.000 km non ne abbiamo visto uno. Ma d'altronde la Russia non va molto d'accordo con gli Yankees... In serata vasca in città: mi sembra molto vivace e colorata. E adesso veniamo al dunque. Ieri abbiamo avuto la conferma che il nostro ingresso in Giappone sarà impossibile. Abbiamo deciso di optare per il piano B, ovvero di raggiungere l'isola di Sachalin (che fino alla seconda guerra mondiale era territorio giapponese) e andare a sud, dove saluteremo il Giappone dal punto più vicino, che dista solo 43 km. Domattina punteremo al porto di Vanino, sulla costa pacifica. Abbiamo già prenotato il traghetto che salperà alle 3.00 del 31 Luglio. Sinceramente sono sereno, anzi, considerato che alla partenza non dovevo nemmeno entrare in Russia, per me questa è una grande vittoria. In questo anno particolare, è il massimo che avrei potuto fare. Non ho rimpianti.
  14. 27 luglio La sesta dimensione. Anche oggi giornata alienante. Almeno ieri c'erano un po'di curve e saliscendi...oggi piattume. Ogni mattina è il solito rito: sveglia, colazione, raccolgo le mie cose sempre con la paura di dimenticare qualcosa in camera e poi esco e metto in moto la mia bella. Di solito va in moto alla quarta pedalata. Ormai la conosco. Giacca, guanti, casco e si entra nella dimensione del viaggio. La mattina il sole è già alto, perché qui sorge molto presto. Andando sempre verso est, lo vedo salire sopra di me e al pomeriggio scendere dietro le mie spalle. L'aria mi schiaffeggia la faccia, mi entra nel casco e mi mulina nelle orecchie. Alcuni miei amici mettono le cuffiette e ascoltano musica. Io no. Devo sentire il motore. Devo essere vigile e cercare di capire se fa le bizze. Ogni rumore diverso dal solito viene analizzato e schedato. Il tempo ci ha graziato molto, quasi tutti i giorni fa molto caldo. Un caldo secco, che asciuga le labbra e fa venir sete. Ogni pausa è buona per bere un po'. Il sole a volte mi fa sudare, ma preferisco sempre indossare la giacca per ripararmi dalle scottature, dai moscerini e dalle sassate. I camion spesso sbuffano nuvole nere; qui il concetto di ecologia è ancora lontano...la puzza è fastidiosa e i gas di scarico mi fanno bruciare i polmoni. Nei remont alzano nuvole di polvere che mi riempie gli occhi, mi imbianca i vestiti, mi annebbia la visuale. Appena ti fermi sei preda di tafani e zanzare. Non ti danno tregua. Anche per questo non mi spoglio. E le vibrazioni? Questa Vespa vibra, non ve l'ho mai detto. Eppure sia l'albero motore che il volano sono stati bilanciati. Non capisco proprio. Ho verificato anche i cerchi, ma sono ok. Forse le gomme sono leggermente ovali. A fine giornata sono tutto infomicolato. Delle buche Ve ne ho già parlato, delle mani sempre unte forse no. Comunque ogni giorno è come partire da casa mia a Salsomaggiore e andare a Roma e anche oltre, fino a Napoli. La sera poi, come stasera, mi tocca fare il meccanico. Anche la seconda gomma di scorta ha dato. Sta di fatto che oggi siamo arrivati al bivio per Magadan e volevamo farci una foto epica, invece hanno stravolto completamente la segnaletica e rimosso i cartelli. La sera, poi, appena prima di entrare nella cittadina dove avremmo dormito, è straripato un fiume che si è portato via un pezzo di strada. Eravamo quasi arrivati, ma siamo dovuti tornare indietro e fare il giro dell'oca. La Russia, Fabio, la Russia! Che non ti dà mai certezze! Neanche quando arrivi al bivio per Magadan e, rispetto a tre anni fa (vedi foto di Guido col fuoristrada nel 2018) e la cartellonistica è stata tutta stravolta. Speravo in una bella foto e invece niente. Va beh, sarà per la prossima volta!
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